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La Bioeconomia: come usare energia e materie prime per una reale sostenibilità

In Green Economy, Next Economy on 16 agosto 2011 at 21:36

[agosto 2011]

 Con il termine ‘Bioeconomia’ si indica una teoria proposta da Georgescu-Roegen per un’economia ecologicamente e socialmente sostenibile. Egli riteneva che qualsiasi processo economico che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la possibilità in avvenire di produrre altre merci e cose materiali.

Inoltre, nel processo economico anche la materia si degrada (‘matter matters, too’), ovvero diminuisce tendenzialmente la sua possibilità di essere usata in successive attività economiche: una volta disperse nell’ambiente le materie prime precedentemente concentrate in giacimenti nel sottosuolo, possono essere reimpiegate nel ciclo economico solo in misura molto minore e a prezzo di un alto dispendio di energia. Tale principio è stato definito provocatoriamente dal suo autore, ‘Quarto principio della termodinamica’.

Il fisico polacco Clausius, che coniò il termine entropia (1865), si espresse in maniera chiara sul problema delle risorse, scrivendo: “Non bisogna consumare in ciascun periodo più di quanto è stato prodotto nello stesso periodo. Perciò dovremmo consumare tanto combustibile quanto è possibile riprodurre attraverso la crescita degli alberi.” Materia ed energia, quindi, entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente bassa e ne escono con un’entropia più alta. Da ciò deriva la necessità di ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell’entropia e in generale i vincoli ecologici.

Per secoli, alcuni filosofi, scienziati, psicologi ed economisti hanno contribuito a diffondere l’idea che l’essere umano sia per natura aggressivo e utilitarista, teso principalmente al soddisfacimento egoistico dei propri bisogni e al guadagno materiale. La storia, quindi, non sarebbe altro che una lotta senza quartiere tra individui isolati, solo occasionalmente uniti da ragioni di mera utilità e profitto. Ma negli ultimi decenni alcune scoperte nel campo della biologia e delle neuroscienze hanno messo in dubbio questa tesi dimostrando, al contrario, che uomini e donne manifestano fin dalla più tenera età la capacità di relazionarsi con gli altri in maniera empatica, percependone i sentimenti, in particolare la sofferenza, come se fossero i propri.

Alla luce di questo nuovo approccio, l’ambientalista Rifkin propone una radicale rilettura del corso degli eventi umani. Lo studioso individua una tendenza alla massima empatia nel nostro mondo sempre più globale in cui, paradossalmente, allo sviluppo della coscienza empatica si è associato un altissimo rischio di deteriorare drasticamente la salute del pianeta: la maggiore complessità della società, terreno fertile in cui è potuta fiorire la nuova coscienza empatica, comporta come rovescio della medaglia un enorme impiego di risorse naturali e un sempre maggiore consumo di energie che rischiano di travolgere l’ambiente. Egli sottolinea la paradossale relazione fra empatia ed entropia, i due pilastri su cui è costruita la nostra società.

Pilastri destinati a crollare minacciando la nostra stessa sopravvivenza? No, secondo lui è possibile uscirne. è però necessario affidarsi alla nostra natura empatica che potrà guidarci allo sviluppo di una nuova ‘coscienza biosferica’, cioè alla consapevolezza che la terra funziona come un organismo unitario e inscindibile, dalla cui salute dipendiamo e di cui siamo tutti responsabili.

Solo se saremo disposti a diventare realmente solidali con il pianeta, ridefinendo i nostri stili di vita e il corso dell’economia a favore di una vera sostenibilità ambientale, avremo la possibilità di superare la crisi a favore di una salvifica rinascita. L’empatia è la capacità di partecipare al dolore altrui, avvertendolo come proprio: si soffre, quindi, per la sofferenza degli altri, senza condividerne la causa. Per essere empatici è allora necessario avere una propria individualità e la capacità di sapersi distinto dall’altro. Se non ci si vede separati dagli altri, si condivide prima di tutto il male, e solo a quel punto la sofferenza.

Il bambino piccolo, che non riesce a vedersi come essere distinto dalla madre, non può provare vera empatia per lei. Un discorso analogo vale quando un singolo si percepisce come semplice parte di un gruppo, come avveniva ai nostri progenitori preistorici, che non si riconoscevano come individui separati dal clan e quindi erano immaturi per l’empatia.

Questo sentimento – risultato di un’evoluzione che rende la socialità e la condivisione inevitabile e utile – è comunque il vero atteggiamento di fondo degli esseri umani nei confronti degli altri. Non siamo, perciò, egoisti, come tradizionalmente immaginato dalla maggioranza dei pensatori sociali. Se è una caratteristica naturale, però, l’empatia deve essere scoperta e sviluppata.

La storia umana è infatti anche un percorso verso una sempre maggiore coscienza empatica, permessa dallo sviluppo economico, dalla ricchezza, dagli scambi e dalla vita in comune, ma anche dalla psicologia, dai romanzi d’amore del Romanticismo, dalle conversazioni in chat: tutti momenti che hanno permesso di accrescere la coscienza di sé e l’attenzione agli stati d’animo propri e altrui.

Il mondo globale contemporaneo – aperto ai viaggi, agli incontri con un’umanità sempre più ampia e alla comunicazione con tutti – diventa il momento ideale per sviluppare e vivere in pieno questo sentimento. Lo sviluppo della società ha comportato però anche sempre maggiori costi in termini energetici. La crescita è stata inoltre accompagnata e permessa da una costante evoluzione dei meccanismi comunicativi: dall’invenzione della scrittura, alla stampa, a internet.

Proprio nell’interconnessione fra tutti questi aspetti, potrebbe essere la soluzione del problema energetico: “Parliamo in continuazione di accesso e inclusione in una rete globale di comunicazione, ma parliamo molto meno del perché, esattamente, vogliamo comunicare con gli altri su una scala così planetaria. Si avverte la grave mancanza di una ragione generale per cui miliardi di esseri umani dovrebbero essere sempre più connessi”.

Questa ragione sarebbe la possibilità di lavorare insieme alla salvezza del pianeta. La cultura della società del consumo spinge in direzione opposta. L’individuo isolato ed egoista è più propenso a consumare e a cercare la felicità nei beni materiali, come un bambino egocentrico, dice il politologo Barber. Fin da piccolo, allora, il cittadino del mondo capitalista è inquadrato nel sistema degli acquisti in modo da crescere secondo la logica richiesta, secondo l’economista Mayo e la ricercatrice sociale Nairn. Il consumo diventa la ragione di essere, a fronte di un mondo incerto e incomprensibile, per il sociologo Bauman e, secondo l’accademico Patel, democrazia e condivisione, di conseguenza, sono possibili soluzioni per costruire l’alternativa.

Da: televideo.rai.it

 

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