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Nuovi modelli di vita: quattro appuntamenti con Transition Town Italia per “trasformare” la crisi

InTransition Town su 15 ottobre 2011 a 19:15

[ottobre 2011]

La crisi economico-finanziaria è attualmente un tema molto scottante, di cui si occupa in profondità anche Transition Italia, hub italiano del movimento delle Città in Transizione, che ha organizzato il tour italiano di Nicole Foss, ricercatrice finanziaria canadese e co-editrice del blog The Automatic Earth.

La Foss propone tramite una presentazione intitolata Un secolo di sfide un’attenta analisi non solo degli scenari energetici, ma soprattutto di quelli economico-finanziari, con un focus particolare sulla situazione italiana.

Quanto sta succedendo nell’economia e nella finanza sembra acutizzarsi di giorno in giorno, provocando in tutti noi comprensibili angosce per il futuro nostro e dei nostri figli. Il rischio è che questo possa causare anche apatia, paralisi e rassegnazione, oppure reazioni di rabbia e colpevolizzazione verso altri, bloccando così le nostre reali possibilità.

La domanda quindi è: “È possibile prendere in mano il nostro futuro senza aspettare soluzioni miracolose dall’alto o subendo i cambiamenti?”. Proprio per facilitare una risposta a questo quesito i gruppi locali di transizione che ospitano la Foss hanno strutturato degli eventi che, oltre a dare le informazioni necessarie, creano soprattutto le condizioni e lo spazio dove le persone potranno ritrovare concrete possibilità di fare rete e lavorare in modo creativo.

Questo per trovare possibili soluzioni che stiano al di fuori degli attuali sistemi, anche quelli mentali che, spesso, costituiscono il maggiore limite. Infatti, come diceva anche Einstein: “Non possiamo risolvere i problemi di questo mondo con il medesimo modo di pensare che li ha creati”.

Il primo e unico appuntamento con Nicole Foss nel Nord Italia sarà il 22 Ottobre a Carimate (Como), dove le attività comprenderanno anche due sessioni interattive secondo modalità Open Space Technology. Ben due sono invece gli appuntamenti nella Regione Emilia Romagna: il 25 a Scandiano (Reggio Emilia) e il 26 a Bologna, dove è previsto un momento di approfondimento che prende in particolare considerazione le nostre più recondite emozioni e paure. Il tour si concluderà nelle Marche, a Urbania (Pesaro Urbino), il 29 ottobre, e questa volta i partecipanti avranno modo di discutere quanto emergerà con metodo World Café.

È un netto cambiamento di approccio, per cui la crisi in atto non viene vista solo come uno spauracchio, a cui le persone vengono esposte spesso in totale solitudine, ma come un’occasione per comprendere (e non negare) le informazioni, sicuramente dure e pesanti, per poterle poi trasformare in qualcosa di nuovo, degno di vita e di futuro.

Da: ilfattoquotidiano.it

La Bioeconomia: come usare energia e materie prime per una reale sostenibilità

InGreen Economy, Next Economy su 16 agosto 2011 a 21:36

[agosto 2011]

 Con il termine ‘Bioeconomia’ si indica una teoria proposta da Georgescu-Roegen per un’economia ecologicamente e socialmente sostenibile. Egli riteneva che qualsiasi processo economico che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la possibilità in avvenire di produrre altre merci e cose materiali.

Inoltre, nel processo economico anche la materia si degrada (‘matter matters, too’), ovvero diminuisce tendenzialmente la sua possibilità di essere usata in successive attività economiche: una volta disperse nell’ambiente le materie prime precedentemente concentrate in giacimenti nel sottosuolo, possono essere reimpiegate nel ciclo economico solo in misura molto minore e a prezzo di un alto dispendio di energia. Tale principio è stato definito provocatoriamente dal suo autore, ‘Quarto principio della termodinamica’.

Il fisico polacco Clausius, che coniò il termine entropia (1865), si espresse in maniera chiara sul problema delle risorse, scrivendo: “Non bisogna consumare in ciascun periodo più di quanto è stato prodotto nello stesso periodo. Perciò dovremmo consumare tanto combustibile quanto è possibile riprodurre attraverso la crescita degli alberi.” Materia ed energia, quindi, entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente bassa e ne escono con un’entropia più alta. Da ciò deriva la necessità di ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell’entropia e in generale i vincoli ecologici.

Per secoli, alcuni filosofi, scienziati, psicologi ed economisti hanno contribuito a diffondere l’idea che l’essere umano sia per natura aggressivo e utilitarista, teso principalmente al soddisfacimento egoistico dei propri bisogni e al guadagno materiale. La storia, quindi, non sarebbe altro che una lotta senza quartiere tra individui isolati, solo occasionalmente uniti da ragioni di mera utilità e profitto. Ma negli ultimi decenni alcune scoperte nel campo della biologia e delle neuroscienze hanno messo in dubbio questa tesi dimostrando, al contrario, che uomini e donne manifestano fin dalla più tenera età la capacità di relazionarsi con gli altri in maniera empatica, percependone i sentimenti, in particolare la sofferenza, come se fossero i propri.

Alla luce di questo nuovo approccio, l’ambientalista Rifkin propone una radicale rilettura del corso degli eventi umani. Lo studioso individua una tendenza alla massima empatia nel nostro mondo sempre più globale in cui, paradossalmente, allo sviluppo della coscienza empatica si è associato un altissimo rischio di deteriorare drasticamente la salute del pianeta: la maggiore complessità della società, terreno fertile in cui è potuta fiorire la nuova coscienza empatica, comporta come rovescio della medaglia un enorme impiego di risorse naturali e un sempre maggiore consumo di energie che rischiano di travolgere l’ambiente. Egli sottolinea la paradossale relazione fra empatia ed entropia, i due pilastri su cui è costruita la nostra società.

Pilastri destinati a crollare minacciando la nostra stessa sopravvivenza? No, secondo lui è possibile uscirne. è però necessario affidarsi alla nostra natura empatica che potrà guidarci allo sviluppo di una nuova ‘coscienza biosferica’, cioè alla consapevolezza che la terra funziona come un organismo unitario e inscindibile, dalla cui salute dipendiamo e di cui siamo tutti responsabili.

Solo se saremo disposti a diventare realmente solidali con il pianeta, ridefinendo i nostri stili di vita e il corso dell’economia a favore di una vera sostenibilità ambientale, avremo la possibilità di superare la crisi a favore di una salvifica rinascita. L’empatia è la capacità di partecipare al dolore altrui, avvertendolo come proprio: si soffre, quindi, per la sofferenza degli altri, senza condividerne la causa. Per essere empatici è allora necessario avere una propria individualità e la capacità di sapersi distinto dall’altro. Se non ci si vede separati dagli altri, si condivide prima di tutto il male, e solo a quel punto la sofferenza.

Il bambino piccolo, che non riesce a vedersi come essere distinto dalla madre, non può provare vera empatia per lei. Un discorso analogo vale quando un singolo si percepisce come semplice parte di un gruppo, come avveniva ai nostri progenitori preistorici, che non si riconoscevano come individui separati dal clan e quindi erano immaturi per l’empatia.

Questo sentimento – risultato di un’evoluzione che rende la socialità e la condivisione inevitabile e utile – è comunque il vero atteggiamento di fondo degli esseri umani nei confronti degli altri. Non siamo, perciò, egoisti, come tradizionalmente immaginato dalla maggioranza dei pensatori sociali. Se è una caratteristica naturale, però, l’empatia deve essere scoperta e sviluppata.

La storia umana è infatti anche un percorso verso una sempre maggiore coscienza empatica, permessa dallo sviluppo economico, dalla ricchezza, dagli scambi e dalla vita in comune, ma anche dalla psicologia, dai romanzi d’amore del Romanticismo, dalle conversazioni in chat: tutti momenti che hanno permesso di accrescere la coscienza di sé e l’attenzione agli stati d’animo propri e altrui.

Il mondo globale contemporaneo – aperto ai viaggi, agli incontri con un’umanità sempre più ampia e alla comunicazione con tutti – diventa il momento ideale per sviluppare e vivere in pieno questo sentimento. Lo sviluppo della società ha comportato però anche sempre maggiori costi in termini energetici. La crescita è stata inoltre accompagnata e permessa da una costante evoluzione dei meccanismi comunicativi: dall’invenzione della scrittura, alla stampa, a internet.

Proprio nell’interconnessione fra tutti questi aspetti, potrebbe essere la soluzione del problema energetico: “Parliamo in continuazione di accesso e inclusione in una rete globale di comunicazione, ma parliamo molto meno del perché, esattamente, vogliamo comunicare con gli altri su una scala così planetaria. Si avverte la grave mancanza di una ragione generale per cui miliardi di esseri umani dovrebbero essere sempre più connessi”.

Questa ragione sarebbe la possibilità di lavorare insieme alla salvezza del pianeta. La cultura della società del consumo spinge in direzione opposta. L’individuo isolato ed egoista è più propenso a consumare e a cercare la felicità nei beni materiali, come un bambino egocentrico, dice il politologo Barber. Fin da piccolo, allora, il cittadino del mondo capitalista è inquadrato nel sistema degli acquisti in modo da crescere secondo la logica richiesta, secondo l’economista Mayo e la ricercatrice sociale Nairn. Il consumo diventa la ragione di essere, a fronte di un mondo incerto e incomprensibile, per il sociologo Bauman e, secondo l’accademico Patel, democrazia e condivisione, di conseguenza, sono possibili soluzioni per costruire l’alternativa.

Da: televideo.rai.it

 

Crisi economica e sostenibilità: tre semplici consigli del climatologo Luca Mercalli

InEducazione Sostenibile su 16 agosto 2011 a 21:14

[agosto 2011]

 Crescere o decrescere? Senza necessariamente scegliere strade drastiche di riduzione dei consumi portati all’osso o al contrario continuare ad alimentare un forsennato consumismo, si può in alternativa crescere sì ma nel modo giusto, eliminando il superfluo ed investendo in qualità ed in sostenibilità ambientale.

Qualche consiglio per uscire dalla crisi ad impatto zero viene dal climatologo e metereologo Luca Mercalli, noto al grande pubblico per la partecipazione al programma televisivo di Rai Tre Che tempo che fa, condotto da Fabio Fazio.

Per Mercalli la crisi ha la funzione di un campanello d’allarme che fa crollare il mito della crescita ad ogni costo. La soluzione per uscire dal baratro in cui stiamo sprofondando è orientare i nostri consumi sull’essenziale e sul meno inquinante, diminuire gli sprechi, diventare più autonomi, adottare uno stile di vita sostenibile, asciutto, sobrio. Qualche esempio di come imboccare questa strada? Spiega Mercalli, in un’intervista rilasciata all’Adnkronos, che bisogna partire

facendo una seria analisi di tutto ciò che sprechiamo e di quanto spendiamo per il superfluo. Con pochi accorgimenti potremmo tagliare il 70% delle spese. Ad esempio, invece di comprare la macchina nuova da mostrare agli amici al bar, io in casa ho messo le finestre con vetri basso emissivi, che permettono di disperdere meno energia all’esterno. Grazie ai pannelli solari, al momento non mi preoccupo di vedere crollare le borse perché i miei soldi stanno sul tetto, dove produco energia grazie al sole, invece di bruciare gas importato.

Altre due soluzioni, spesso sottovalutate, ma che aumentano la qualità della vita dei cittadini e riducono le spese delle aziende ed anche la spesa sanitaria dello Stato sono:

  • L’orto in giardino che permette di tagliare sui consumi alimentari, mangiare sano e vivere meglio facendo anche movimento e stando all’aria aperta, ovviamente per chi possiede lo spazio ed il terreno per dedicarsi a questo hobby e chi non ce l’ha può usufruire degli orti urbani e degli orti in affitto, sempre più comuni.
  • Il telelavoro, nessuno ne parla, spiega Mercalli:

neanche i sindacati, ed invece potrebbe essere applicato a molte categorie consentendo un grande risparmio, In questo modo si inizia col salvare il benessere domestico, una delle poche cose che contano davvero insieme con l’assistenza sanitaria e l’istruzione pubblica.

Da: ecologiae.com

Città del futuro. Dall’Inghilterra all’Italia, cresce il movimento delle Transition Town

InNext Economy, Transition Town su 22 maggio 2011 a 23:30

[maggio 2011]

Basta la sigla T.T. a dare un senso molto extra e poco terrestre all’operazione. Intuizione in parte smentita dalla realtà delle Transition Towns che hanno molto di straordinario, ma anche aspetti profondamente terreni. Le Città della transizione sono le tribù del futuro che sposano l’idea del cambiamento, del consumo intelligente di risorse, della semplicità e della condivisione.

Dalla colazione con i prodotti locali coltivati nell’orto, alla spesa a domicilio via internet, dalla bicicletta all’autobus al car-sharing, dai pannelli solari, al camino, al riciclaggio dei rifiuti. Su questi comportamenti virtuosi si fonda l’idea di comunità delle città di domani dove ogni azione è ripensata per privilegiare risparmio energetico, valorizzazione del territorio e relazione.

Totnes, la cittadina inglese nella regione di 25mila abitanti del Devondove tutto è partito nel 2006 grazie al coraggio e al talento visionario di Rob Hopkins (autore del bestseller mondiale Manuale pratico della transizione. Dalla Dipendenza dal petrolio alla forza delle comunità locali) esiste persino una banca che emette il Totnes Pound, una moneta di scambio ad uso locale. Il maggiore gestore di energia sfrutta il vento per produrre elettricità e i sistemi di biomassa dai rifiuti per dare calore.

Il modello è stato replicato non solo inItalia, con gli esempi di Monteveglio  (cui Report ha dedicato una puntata il 12 dicembre 2010), Granarolo (Bologna) e di Prato allo Stelvio (Bolzano), ma anche in Inghilterra, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Francia. Nel mondo sono ormai 300 le città che hanno scelto la via della transizione.

Tutte iniziative partite dal basso che poco alla volta hanno coinvolto le amministrazioni locali moltiplicando le esperienze di successo come quella dei Gas (gruppi di acquisto solidale) della Decrescita felice o dei Comuni virtuosi.

Per saperne di più visitate il sito transitionitalia.worldpress.com che offre la mappa delle Transition Town in Italia o transitionnetwork.org.

Da: blogosfere.it

Enel Green Power: grande interesse per la colonna portante della nuova energia

InEnergie Rinnovabili, Green Economy su 22 marzo 2011 a 15:42

[20 marzo 2011]

Enel Green Power è la società del gruppo Enel che gestisce il business relativo alle energie rinnovabili. Un settore, quello delle eco-energie, costantemente in crescita, e all’interno del quale Enel Green Power (o, in abbreviazione EGP) desidera prendere possesso di una fetta rilevante, a beneficio dei propri conti societari, e di quelli dell’intero gruppo. Ma come sta andando la società? Quali sono i rendimenti del titolo? Cerchiamo di vederci più chiaro, capendo se convenga o meno entrare nell’azionariato di EGP.

Enel Green Power è sbarcata in Borsa italiana ad inizio del mese di novembre 2010, con una IPO che ha coinvolto altresì la Borsa di Madrid. La quota di capitale collocata nel mercato regolamentato azionario è stata pari al 30%. L’attesa per la quotazione di EGP è stata piuttosto elevata, e ha visto un’accoglienza da parte di oltre 330 mila ripsarmiatori italiani e spagnoli, pronti a sottoscrivere l’offerta pubblica iniziale.

Oltre che per la potenziale valenza nel breve e medio periodo, l’offerta di Enel Green Power aveva solleticato i desideri di investimento di centinaia di migliaia di risparmiatori grazie anche al “premio” che sarà erogato al termine dei primi 12 mesi di possesso: alla scadenza del primo anno, infatti, chi avrà detenuto nel portafoglio, in maniera continuativa, i titoli derivanti dall’originaria sottoscrizione, potrà ricevere un’azione gratis ogni 20 acquistate.

Il prezzo di assegnazione delle azioni in sede di IPO fu pari a 1,6 euro, per una capitalizzazione complessiva vicino agli 8 miliardi di euro. Attualmente la quotazione del titolo si aggira intorno agli 1,825 euro, confermando le buone prospettive sul breve termine, e “scontando” le recenti prestazioni negative di Borsa a causa del dramma giapponese. Anzi, proprio i tentennamenti sulla questione nucleare potrebbero favorire il titolo, che pertanto, nei prossimi mesi, potrebbe avanzare ulteriormente.

[16 marzo 2011]

Non si arresta la corsa di Enel Green Power a Piazza Affari dove questa mattina guadagna oltre 3 punti percentuali. Il titolo della costola verde di Enel ha aggiornato i massimi storici dalla sua quotazione (inizio novembre 2010) a 1,867 euro. Il gruppo, attivo nelle energie rinnovabili, fiuta da giorni i possibili stop dei piani nucleari. Ieri, infine, la società ha annunciato che nel periodo 2011-2015 investirà 6,4 miliardi di euro (di cui 2,4 miliardi in Italia e nella penisola iberica), aumenterà la propria capacità installata dagli attuali 6,1 GW a 10,4 GW e incrementerà l´Ebitda a 2 miliardi nel 2013 e a 2,4 miliardi nel 2015.

[16 marzo 2011]

Prosegue il buon momento di Enel Green Power (quotazione Enel Green Power), che in alcune fasi della seduta di oggi ha toccato i suoi nuovi massimi da quando si è quotata. A spingere le quotazioni della società attiva nel campo delle energie rinnovabili ci sono le indicazioni di alcuni analisti ma anche le rinnovate spinte ai dibattiti sugli investimenti nelle energie verdi dopo le notizie che arrivano dal Giappone, dove le recenti drammatiche scosse e il devastante Tsunami dei giorni scorsi hanno messo in percolo alcune centrali nucleari.

Tra le promozioni più decise quella di Bank of America – Merrill Lynch. La banca statunitense ha alzato il suo target price a 1,95 euro dai precedenti 1,85 euro, confermando la sua raccomandazione “buy” (acquistare). Agli esperti piacciono le indicazioni del nuovo piano industriale e hanno stigmatizzato uno dei punti di forza del gruppo: la capacità da fare margini in modo automatico grazie ai bassi costi di produzione delle centrali idroelettriche.
Giudizio positivo anche da Mediobanca, che ha migliorato il prezzo obiettivo da 1,93 a 2,1 euro e confermato il rating “outperform” (farà meglio del mercato). Anche in questo caso gli analisti di Piazzetta Cuccia apprezzano le indicazioni del piano industriale, che contiene solidi traguardi di crescita organica.Target price alzati anche da due broker francesi, Natixis e Cheuvreux. La prima ha portato la sua valutazione a 1,61 euro dai precedenti 1,57 euro (con giudizio “neutrale”), la seconda ha migliorato il suo prezzo obiettivo a 1,8 euro dai precedenti 1,62 euro (con raccomandazione “underperform” – farà peggio del mercato). Quest’ultima ha anche alzato le sue stime di utile per azione per il biennio 2012-2013 e di margine operativo lordo al 2015.

Dopo la diffusione dei risultati di bilancio, invece, gli analisti di Société Générale avevano alzato da 1,9 euro a 2 euro il loro target price su Enel Green Power, mentre Bank of America aveva limato le stime sull’utile per azione per il biennio 2011/2012, anche se aveva confermato l’indicazione di acquisto, sulla base di un target price di 1,85 euro.

Secondo quanto emerso dal piano, Enel Green Power punta ad aumentare la capacita produttiva installata a 10,4 Gigawatt entro il 2015. Il gruppo stima che il suo margine operativo lordo possa crescere, da qui al 2015, a un tasso medio annuo dell’11%.

Da: finanzaeborse.it e finanzaonline.com

Dalla Red alla Green fino alla Blue: l’economia sostenibile va sotto il nome di Blue Economy

InGreen Economy, Next Economy su 15 marzo 2011 a 23:27

[10 marzo 2011]

Niente istogrammi, né grafici a torta e nemmeno curve che mostrano l’andamento del mercato. L’attenzione di una platea gremita composta da scienziati, giornalisti, semplici interessati e scolaresche liceali, Gunter Pauli – economista belga e ideatore della Blue economy – se l’è conquistata con immagini di rane, coleotteri, vortici d’acqua, ragni e foreste pluviali. Anche Galileo era lì, alla fondazione Aurelio Peccei di Roma, alla lecture organizzata insieme a WWF in collaborazione con UniCredit, per farsi spiegare come si possa fare business a impatto zero. Ma che c’entrano anfibi e insetti?

“Prendendo ispirazione dalla natura e dal funzionamento degli ecosistemi possiamo fondare un nuovo modello economico che superi quello consumistico, basato solo sul core business, il guadagno immediato, e che trascura gli effetti collaterali come l’indebitamento dei consumatori e il prosciugamento delle risorse naturali, senza preoccuparsi di risarcire i danni. Questa è la red economy che ci ha condotto alla crisi attuale. Ma dobbiamo andare oltre anche la green economy, che con il nobile intento di proteggere l’ambiente chiede maggiori investimenti alle imprese e mette sul mercato prodotti più costosi. Un modello pensato per i ricchi e non per tutti”, spiega Gunter Pauli con un’abilità oratoria rodata in anni di conferenze in giro per il mondo.

A partire infatti dal 1994, quando fondò il network Zeri (Zero Emissions Reserach and Initiatives, www.zeri.org), una rete di scienziati, imprenditori ed economisti, impegnati a sviluppare processi produttivi a cascata, dove cioè gli scarti di un ciclo diventano materie prime di un altro, Pauli si è speso molto per diffondere il verbo della Blue economy: “proteggere l’ambiente non basta, bisogna rigenerarlo, imitando i processi della natura e utilizzando tutto ciò che si ha a disposizione. Anche se puzza”.

Come si fa in Benin, dove gli scarti dei macelli vengono utilizzati per allevare vermi che forniscono mangime per pesci e quaglie, ma anche medicinali per curare le ferite, perché gli enzimi contenuti nella loro saliva si sono rivelati efficaci allo scopo. E’ bastato uno studio sul British Medical Journal per convincere un imprenditore di Lipsia a copiare il modello africano.

Nel suo libro Blue economy (Edizioni ambiente) di esempi come questi Gunter Pauli ne racconta 100. Si tratta di innovazioni tecnologiche che hanno trovato nella natura la loro musa ispiratrice, necessitano di investimenti bassi, rispettano l’ambiente e creano posti di lavoro. Insomma un miracolo che può suscitare un legittimo scetticismo: quanto sono realistici questi progetti?

“Non solo sono realizzabili, ma già realizzati”, risponde Pauli con l’evidenza di un elenco di imprese già avviate che stanno crescendo e assumendo personale in varie parti del mondo. Un’azienda svedese produce depuratori d’acqua sfruttando la strategia dei vortici appresa osservando i fiumi scorrere, al centro di Madrid si coltivano funghi sui fondi di caffè, al Fraunhofer Insitute in Germania è stato messo a punto un prototipo di telefono cellulare che funziona senza batteria, sfruttando le differenze di temperatura tra corpo e apparecchio, lo stesso sistema che permette al cuore di una balena di pompare 1.000 litri di sangue con un dispendio energetico di appena 6 volt.

Il catalogo potrebbe proseguire con il manto bicolore delle zebre che, sapientemente riprodotto sulla superficie di un edificio, garantisce l’abbassamento della temperatura di 5 gradi, o con i fili della ragnatela in grado di eguagliare le prestazioni del titanio, o con l’abilità dei coleotteri del deserto del Namib di accumulare acqua per periodi lunghi e riuscire a sopravvivere in zone in cui cadono 1,27 cm di pioggia l’anno. L’ insetto è stato imitato per realizzare un sistema che cattura vapore dalle torri di raffreddamento e recuperare il 10% dell’acqua perduta.

Con buona pace di chi si aspettava un discorso sui massimi sistemi, la soluzione che Pauli propone per voltare pagina non è altro che un puzzle composto da frammenti isolati che, almeno in apparenza, fanno fatica a incastrarsi tra loro. Viene da chiedersi allora come possano sporadiche iniziative far fronte alle richieste di un pianeta che nel 2050 arriverà a ospitare 9 miliardi di abitanti. Cosa sono in grado di fare quelle 100 realtà locali in assenza di direttive politiche globali?

“La natura non prende posizioni ideologiche, non fa piani d’azione, ma agisce nel momento. Inutile delegare ai politici e agli accordi internazionali decisioni che possono essere prese subito e possono risolvere problemi immediati. Le piccole iniziative crescendo di numero possono diventare un processo macroeconomico. La blue economy non si accontenta di tutelare l’ambiente, ma intende spingersi verso la rigenerazione in modo tale da garantire risorse per tutti e sempre” spiega Pauli.

Un cambiamento culturale che ci impone di rivedere alcuni punti che avevamo appena cominciato a dare per assodati. Primo: non ha senso spendere di più per salvare l’ambiente. In questo modo i consumatori si indebitano, l’economia arranca e i posti di lavoro si riducono. Secondo: il commercio equo e solidale non combatte la povertà nei paesi in via di sviluppo e per lo più inquina l’ambiente perché aumenta i trasporti. L’economia deve innanzitutto utilizzare prodotti locali e garantire impiego agli abitanti del luogo. Last but not least: prima di investire soldi per nuovi piani energetici vale la pena sfruttare gli impianti già esistenti, come è accaduto in Buthan dove sui piloni sono state montate turbine eoliche.

Da: galileo.it

Crescita e green economy secondo il rapporto Unep

InGoverni, Green Economy su 28 febbraio 2011 a 22:50

[22 febbraio 2011]

Investire nella green economy per combattere la povertà e sostenere una crescita duratura. È questo il messaggio forte che emerge dal rapporto «Towards a green economy» del Programma Onu per l’Ambiente (Unep), presentato ieri a Nairobi davanti a oltre 100 ministri dell’ambiente di tutto il mondo. Dunque, guardare all’economia sostenibile non è solo un impegno etico e civile ma, sporattutto, un’opportunità cui i dirigenti politici dovrebbero guardare per garantire il benessere e lo sviluppo delle società.

Secondo i suggerimenti dell’Onu, con un investimento annuale di 1.300 miliardi di dollari, pari al 2% del prodotto interno lordo mondiale, in dieci settori chiave da qui al 2050, la comunità internazionale potrebbe infatti avviare una radicale trasformazione dell’attuale modello di crescita, garantendo uno sviluppo equilibrato e stabile dell’economia e riducendo l’impronta ecologica del 50%. Inoltre, secondo gli esperti Onu, il passaggio all’economia a basso impatto ambientale, se sostenuta da politiche a livello nazionale e internazionale, porterebbe nuovi posti di lavoro, in sostituzione di quelli persi progressivamente con l’economia tradizionale. Secondo gli scenari elaborati nel rapporto, una transizione verde consentirebbe, nel 2050, una crescita del Pil mondiale intorno al 2,5% annuo.

«Con 2,5 miliardi di persone – ha affermato Achim Steiner, direttore dell’Unep – che vive con meno di due dollari al giorno e oltre due miliardi di popolazione mondiale in più prevista entro il 2050, è chiaro che dobbiamo continuare a sviluppare e a crescere le nostre economie. Ma questo sviluppo non può arrivare a spese del sistema che alimenta la vita sulla terra, a sostegno delle nostre economie e quindi di ciascuno di noi».

I dieci settori su cui puntare sono

Agricoltura, con un investimento da 100 a 300 miliardi di dollari all’anno fino al 2050 per garantire l’alimentazione ai 9 miliardi di persone destinati a abitare il pianeta. L’obiettivo è quello di migliorare l’efficienza della produzione agricola (implementando le infrastrutture, favorendo una migliore gestione dei suoli, rendendo sostenibile l’utilizzo dell’acqua) e di diminuire gli sprechi alimentari, intervenendo sulla distribuzione e conservazione dei prodotti.

Edifici. Con una spesa di circa 300 miliardi di dollari entro il 2050 si può risparmiare un terzo dell’energia consumata dal settore delle costruzioni, principale responsabile mondiale di emissioni di gas serra. Le politiche pubbliche dovrebbero quindi concentrarsi nell’aumento dell’offerta di energie rinnovabili e nella diminuzione degli sprechi energetici di case e palazzi.

Energia. Oltre 360 miliardi di dollari per incrementare la quota di energia prodotta attraverso fonti rinnovabili, dal 16% attuale fino al 45% entro il 2050. Secondo le stime, i lavoratori mondiali del settore potrebbero raggiungere i 25 milioni, contro i poco più dei 15 di oggi.

Pesca. Si prevede una spesa di 110 miliardi di dollari per la riduzione del 50% dell’impatto ambientale della pesca, attraverso il taglio delle flotte navali, e l’investimento in aree protette.

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Cosa sono e come funzionano i carbon credit

InGreen Economy su 26 febbraio 2011 a 02:56

[25 febbraio 2011]

Immaginate una borsa dove una folla di brokers si agita per vendere e comprare. Telefonate, strette di mano, grida. Ma c’è qualcosa di diverso. Gli agenti finanziari non si scambiano azioni, ma… alberi. Lo scopo.

Si è tanto sentito parlare di “carbon credit” spesso associato ad altri termini come Protocollo di Kyoto, “emission trading” o “cap and trade”. Proviamo a spiegare in maniera semplice di cosa si tratta: è una forma di mercato, una “borsa” creata per fornire incentivi economici a chi vuole ridurre le proprie emissioni di gas ad effetto serra; borsa che però non utilizza come unità di misura una valuta come può essere il dollaro o l’euro per effettuare le transazioni, ma la CO2 espressa in tonnellate.
“Il concetto fondamentale è in realtà molto semplice: le emissioni di gas serra mettono a rischio l’equilibrio dell’ecosistema – spiega Simone Molteni, direttore scientifico LifeGate – e quindi bisogna trovare il modo di ridurle. Se si vuole che una qualsiasi cosa non venga sprecata, non c’è modo migliore che farla pagare. Questa semplice mossa instaura un circolo virtuoso perché chi non compie nessuno sforzo per combattere un problema dell’intera comunità viene penalizzato, mentre chi riesce a ridurre le proprie emissioni ha un riconoscimento”. Non solo economico.
Come funziona
Un’autorità nazionale o sovranazionale definisce un valore massimo, un volume definito (in inglese “cap”) di emissioni di CO2 nell’atmosfera a livello globale. Questo valore viene diviso e ripartito sotto forma di “diritti di emissione” tra stati e aziende. L’impegno, a questo punto, è quello di emettere CO2 in quantità pari o inferiore alle quote assegnate. In caso contrario il soggetto deve acquistare i crediti che gli mancano da altri soggetti che si sono comportati in maniera più virtuosa di quanto richiesto e che quindi possono vendere le proprie eccedenze.
I vantaggi
Gli stati e le aziende che sono in grado di ridurre le proprie emissioni ci guadagnano economicamente e in reputazione. Economicamente perché riescono a guadagnare dalla vendita di crediti, in reputazione perché mostrano all’intero sistema di essere in grado di rispettare le regole o di fare anche meglio. Andiamo ora a vedere quali sono i mercati in funzione e quali sono i mezzi a disposizione degli stati.
Gli strumenti
Il mercato più grande e strutturato è quello introdotto dal Protocollo di Kyoto nel 1997. Grazie a quelli che vengono chiamati “meccanismi di flessibilità”, i paesi industrializzati hanno a disposizione alcuni strumenti per raggiungere gli obiettivi di riduzione fissati dal Protocollo. La teoria di fondo è “pagare meno, pagare tutti” cioè agire in maniera coordinata per abbassare i costi di un progetto finalizzato a ridurre le emissioni di CO2.
I meccanismi di flessibilità sono tre, a seconda dello sviluppo economico del paese che ne vuole beneficiare: uno prevede la possibilità di creare progetti condivisi solo tra paesi industrializzati, il secondo tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, l’ultimo dà la possibilità agli stati di commercializzare i diritti di emissione acquisiti con i meccanismi precedenti.
Favorevoli e contrari
Proprio grazie a quest’ultimo meccanismo si sono sviluppati alcuni mercati delle emissioni a livello regionale. Il più grande e avanzato è lo European Union Emission Trading Scheme (EU ETS), il mercato istituto dall’Unione europea per portare avanti la propria lotta contro i cambiamenti climatici. Gli Stati Uniti si sono sempre mostrati contrari all’introduzione di un mercato dei carbon credit per paura di veder ostacolata la propria crescita economica e ridotta la propria libertà di consumare.

Italia – i dati, la green economy cresce

InGreen Economy su 17 febbraio 2011 a 14:39

[9 febbraio 2011]

Sei aziende su 10 danno incentivi ai manager che raggiungono obiettivi green. E 8 su 10 hanno certificato le proprie emissioni serra attraverso un ente indipendente.

Se questi dati fossero validi per tutta l’Italia non ci troveremmo nella spiacevole situazione di dover inseguire con sempre maggiore fatica i paesi leader in fatto di capacità competitiva (l’Italia è nella parte bassa dell’ultima classifica sull’innovazione tecnologica nell’Europa a 27): si riferiscono a un terzo delle aziende interpellate. Dunque parliamo solo di un segmento, ma un segmento che sta aumentando peso specifico e fatturati.

Nonostante il mancato accordo globale sul cambiamento climatico, per un numero crescente di aziende il carbon management è diventato un indicatore importante anche per ottenere la fiducia del mercato. E’ quanto emerge dallo studio Carbon Disclosure Project 2010 – Italy 60 Report, condotto dal Carbon Disclosure Project (l’associazione che rappresenta più di 500 investitori istituzionali) e da PwC (l’advisor dello studio che ha analizzato i dati) in collaborazione con il Monte dei Paschi di Siena.

Delle 60 maggiori aziende del mercato finanziario italiano interpellate, hanno risposto in 21. E tra queste 21 il 76 per cento ha un target di riduzione delle emissioni serra. E’ aumentato il numero delle aziende che divulgano gli obiettivi di riduzione delle emissioni (16 nel 2010 rispetto ai 7 del 2009) e di quelle che hanno intrapreso azioni nel corso dell’anno (18 nel 2010 rispetto alle 9 del 2009): miglioramento dell’efficienza energetica, illuminazione innovativa, revamping degli impianti, energia da fonti rinnovabili.

Da: blogautore.repubblica.it

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