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Hotel Mulino di Firenze: il primo eco-mulino al mondo che autoproduce energia pulita

InEcoHotels, EcoResort, Nuove Soluzioni su 7 dicembre 2011 a 01:38

[dicembre 2011]

Il Mulino di Firenze, risalente al 1300, disegnato sulle carte di Leonardo da Vinci e citato da Dante Alighieri, è il primo mulino al mondo ad essersi dotato di un impianto di autoproduzione energetica a zero emissioni.

Trasformato nel 2010 in eco-hotel, Il Mulino sposa infatti la filosofia del turismo eco-compatibile e del totale rispetto ambientale. Una sapiente ristrutturazione lo ha recentemente riportato alla luce seguendo i principi della bio-architettura, grazie all’utilizzo di materiali naturali e di sistemi energetici a basso impiego di energia.

Per far fronte al fabbisogno energetico dell’hotel è stato installato un impianto di cogenerazione ad alto rendimento con tecnologia a turbina “senza olio”, un brevetto unico al mondo della IBT Group. Più precisamente 2 turbine producono i 125kW elettrici e 224kW termici necessari ad alimentare i carichi dell’hotel, contribuendo a ridurre le emissioni di CO2 emesse nell’atmosfera di 118 tonnellate all’anno con un risparmio energetico di oltre il 30%.

All’interno del Mulino un ristorante propone una cucina a chilometri zero, dove tutto ciò che è servito è stato prodotto con alimenti provenienti da aziende agricole, allevamenti, fattorie e cantine della zona per ricreare i veri sapori della cucina toscana, esaltando il gusto autentico di ingredienti genuini e prodotti biologici. Questo piccolo boutique hotel di 36 camere conserva la struttura originale e il fascino dell’antico mulino ma è allo stesso tempo in grado di offrire tutto il comfort e i servizi di un 4 stelle superiore. Situato sulla riva sinistra dell’Arno, immerso nel verde, a 15 minuti dal centro di Firenze gode di una vista impareggiabile sul fiume, sul Borgo del Mulino e sulle colline circostanti.

La struttura è inoltre dotata di una piccola SPA, così intima da poter essere utilizzata soltanto da due persone alla volta, che offre sauna finlandese, bagno turco e vari trattamenti benessere quali massaggi Ayurvedici e la speciale terapia olistica Aura Soma, a base di combinazioni di colori, erbe e olii essenziali, per un relax totale. La “Nicchia del Benessere” si trova in uno degli antichi magazzini della struttura, proprio in corrispondenza della ruota e di fronte al corso d’acqua che, grazie allo scorrere dell’Arno, dava energia al laghetto biologico dell’hotel.

Significativo il parallelismo tra le pale del mulino che davano energia alla struttura più di 700 anni fa e le modernissime pale high-tech delle turbine che generano energia oggi.
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IBT Group, azienda della Green Economy con sede a Treviso, è dal 2001 distributore esclusivo per il mercato italiano di Capstone Turbine Corporation®, società californiana leader e unico produttore al mondo di sistemi energetici con turbine a gas a tecnologia “oil-free”. Una tecnologia all’avanguardia, frutto di anni di ricerca dei tecnici Capstone nell’industria aerospaziale, che, grazie all’impiego di particolari cuscinetti “ad aria”, consente di ottenere impianti di cogenerazione (per la produzione combinata di energia elettrica e termica) che garantiscono bassi costi di manutenzione, emissioni contenute ed una riduzione dei consumi energetici oltre l’80%, grazie anche alla possibilità di modulare la sua potenza elettrica nominale in base all’effettiva necessità dell’impianto.

L’Hotel Il Mulino di Firenze, 4 Stelle Superior, inaugurato nel 2010 dopo un sapiente restauro di un antico mulino del 1300, offre 36 camere e una Junior Suite, ognuna arredata con mobili antichi e dotata dei comfort e delle tecnologie più moderne, come vasche Jacuzzi nei bagni in marmo, TV al plasma e connessione wi-fi gratuita. Il Mulino è dotato di un Ristorante con cucina tipica e ingredienti a Km zero, di un laghetto biologico e di un’esclusiva Spa per due persone. Il centro di Firenze è raggiungibile in soli quindici minuti grazie allo shuttle dell’hotel. Il Mulino di Firenze fa parte, insieme a Villa Olmi Resort, di 2Florence, la più piccola ed esclusiva catena alberghiera del mondo.

Da: informazione.it

Austria: sarà pronto a luglio 2012 il progetto futurista del complesso termale KärntenTherme

InNuove Soluzioni, Terme su 4 dicembre 2011 a 21:22

[dicembre 2011]

A Warmbad, nelle vicinanze di Villach in Carinzia, sta nascendo un edificio spettacolare, complesso, un affascinante monolito, che ospiterà le nuove terme.

Era il giugno 2010 quando veniva posata la prima pietra del nuovo complesso termale KärntenTherme. 40 milioni di euro di investimento per il progetto turistico del secolo in Carinzia, che ha l’obiettivo di offrire agli ospiti dentro e fuori i confini della regione Alpe Adria la struttura termale più moderna e attrezzata dell’Austria.

Con un approccio architettonico rivoluzionario: costruire delle terme sviluppate in altezza, una struttura ricca di elementi straordinari su più livelli, dove vengono raggiunti i confini in termini di staticità, materiali, uomini e macchine. L’obiettivo è di costruire delle terme che già nell’aspetto esteriore si discostino completamente dagli impianti termali esistenti e percorrano nuove strade.

L’architettura: il nuovo punto forte delle terme
Diciotto mesi dopo sono stati posati 10mila metri cubi di cemento e 1,2 milioni di chilogrammi di acciaio. Un capolavoro architettonico grazioso e futuristico negli esterni che, con i suoi quattro piani concepiti per ospitare le formule Fun, Fit & Spa, offre ai curiosi uno sguardo su un complesso termale totalmente nuovo. Piani sospesi, pareti inclinate, torri portanti oblique emergono in modo spettacolare, ma rappresentano la normalità, ciò che ormai è acquisito.

La natura come modello
L’architettura delle KärntenTherme si ispira alle caratteristiche della regione attorno alla località termale, come il Parco Naturale Dobratsch con le sue numerose sorgenti d’acqua a Warmbad. Fratture tettoniche, testimoni del passato, spezzano le facciate e ospitano vetrate che si susseguono progressivamente in modo originale. Anche la struttura interna di questa opera d’arte è fortemente caratterizzata da cavità, crepe e grotte riprese dal paesaggio circostante. La zona dedicata alla formula KärntenTherme Family ospita anche il Lazy River che con il suo spettacolare percorso si ispira al Maibachl, una fonte termale conosciuta anche oltre i confini regionali. Le citazioni architettoniche del paesaggio circostante, così, sintetizzano in modo perfetto la simbiosi tra natura e architettura.

Statica e logistica: compagni giornalieri
La piscina da 25 metri in acciaio inossidabile che occupa il secondo piano dimostra che in questo progetto ci si è spinti fino ai confini della fisica. Per rendere antisismico questo bacino del peso di 655 tonnellate è stato necessario costruire una base di cemento dello spessore di un metro. Comunque, questa base imponente è indispensabile anche dal punto di vista statico, a causa delle grandi sollecitazioni dovute al movimento della massa d’acqua. Ancor di più se si considera che in questo caso i calcoli si riferiscono a un progetto complessivo e non a strutture indipendenti. Anche la logistica è un’impresa. Al momento il cantiere assomiglia a un operoso formicaio, in quanto l’obiettivo è di rispettare l’ambiziosa tabella di marcia in vista dell’inaugurazione nel luglio 2012.

Una gestione più efficiente delle risorse
L’idea di sviluppare le nuove terme in altezza e non in larghezza è stata determinata dalla decisione di riutilizzare le fondamenta delle terme preesistenti. Non solo per motivi economici, ma anche per motivi di sicurezza.

Le cosiddette fondamenta profonde, con trivellazioni fino a 20 metri di profondità e relativo ancoraggio di pilastri delle stesse dimensioni, avrebbero potuto raggiungere le preziose sorgenti termali della località termale Warmbad e modificare il loro corso, cosa che si voleva evitare a tutti i costi. Per questo motivo si è scelto di riutilizzare le fondamenta presenti, alle quali comunque è stato aggiunto uno strato di cemento armato dello spessore di 60 centimetri; questa è la solida base che funge da supporto per i quattro piani delle KärntenTherme, per la costruzione in acciaio e alluminio che funge da struttura portante per le superfici finestrate e per la facciata che, dopo un impegnativo lavoro di tinteggiatura, oggi appare splendente.

Negli ambienti interni delle terme gli ospiti vengono accolti da elementi naturali di diverso genere: la quarzite argentata di diversi colori e sfumature caratterizza gli ambienti termali della formula Premium come l’esclusivo hammam; gli ambienti vengono ulteriormente abbelliti da pietra naturale di calcare conchiglifero e dalle piastrelle. L’armonia complessiva è raggiunta grazie all’inserimento di elementi in legno.

Da: ilfriuli.it

Think out of the box: le tecnologie italiane che fermano il nucleare sono nelle persone

InEnergie Rinnovabili, Next Economy, Nuove Soluzioni su 10 novembre 2011 a 13:32

[novembre 2011]

 Dopo le celebrazioni per l’Unità d’Italia, vogliamo celebrare il genio italiano nel campo dell’energia: uomini e aziende che indicano, oggi più che mai, al mondo intero le strade tecnologiche per uscire dall’economia basata sulle fonti fossili e sul nucleare.

Tutto il mondo riconosce agli italiani la capacità di pensare fuori dagli schemi. Gli anglosassoni dicono “to think out of the box”, “pensare fuori dalla scatola”. È questa capacità che ci permette da decenni di generare innovazione in tutti i campi, compreso quello dell’energia. La ricerca in Italia può contare su risorse esigue rispetto agli investimenti di altri paesi europei e industrializzati. Eppure, il numero di ricerche prodotte per ciascun ricercatore italiano è il più alto d’Europa. E le ricerche degli italiani sono le più citate da altri studi. Non è un caso. È la natura degli italiani.

Molte delle tecnologie che ci daranno l’energia del futuro sono state ideate da italiani. Eppure, pochi conoscono nomi, facce, aziende che hanno scritto e sempre più scriveranno la storia dell’energia nel mondo. E pochi sanno che le idee italiane per il futuro dell’energia sono già oggi sfruttate commercialmente da aziende straniere. È vero, era italiano anche colui che ha inventato il nucleare. È proprio vero. Abbiamo inventato quasi tutto noi. Il peggio e il meglio.

Ma oggi vogliamo dare voce all’Italia migliore. Quella che ci permette di dire, molto più della paura per il disastro atomico giapponese, “no, grazie” a tutti coloro, governo e gruppi di potere economico, che vogliono mettere il destino energetico della nostra nazione nelle mani dell’industria nucleare francese. Una industria di stato, alla faccia del liberismo. Un “no, grazie” gioioso e illuminato dalla creatività e dalla capacità di innovazione degli italiani. Non è la paura, ma la capacità di futuro che ci muove.

Giovanni Francia, con le sue intuizioni e sperimentazioni presso la Stazione solare di S. Ilario, nell’arco di meno di vent’anni, richiamò l’attenzione di tutto il mondo su Genova, che a metà degli anni Settanta poteva essere considerata “capitale mondiale del solare”. Progettò e costruì il primo impianto solare a concentrazione nel 1968. Era capace di produrre 1 Mw di energia elettrica. Molti anni dopo, nel 1981, nel Sud della California la sua tecnologia fu perfezionata in un impianto da 354 Mw.

Mario Palazzetti nel 1973 ideò presso il Centro Ricerche Fiat il primo esempio di cogeneratore. Utilizzava il motore di una 127, di 903 cm3, modificato per funzionare a gas o biogas. Il motore azionava un alternatore di 15 Kw che forniva all’utenza l’energia elettrica. Il calore generato dal motore, solitamente disperso mediante i gas di scarico e il corpo del motore stesso, veniva invece utilizzato per scaldare l’acqua destinata al riscaldamento degli ambienti e agli usi sanitari. L’accurata progettazione consentiva un recupero del 90% della energia introdotta con il combustibile, e la sua modularità consentiva l’installazione di molteplici unità controllate elettronicamente. Molti anni dopo, è possibile acquistare cogeneratori non dalla Fiat, ma da Volkswagen, Toyota e Mitsubishi.

I giovani ricercatori del Polo solare organico dell’Università Tor Vergata di Roma, hanno avviato nel 2009 la fase di industrializzazione di una nuova generazione di pannelli fotovoltaici senza silicio. Hanno utilizzato il succo di mirtillo, perché nel sottobosco quelle piante hanno sviluppato più di altre la capacità di sfruttare la poca luce del sole di cui dispongono. Lo hanno fatto con poche risorse e le capacità di uno straordinario gruppo di giovani scienziati. Tutti italiani.

Mauro Mengoli, allevatore di Castenaso, alle porte di Bologna, ha realizzato uno dei primi impianti capaci di ricavare metano da liquami e scarti agroalimentari. Lo ha fatto quando ancora non c’erano incentivi economici per le energie rinnovabili. Lo ha fatto da solo, riprendendo e perfezionando tecnologie messe a punto da contadini italiani negli anni Settanta.

Alessandro Cascini, ingegnere aeronautico che lavorava per Maserati e Ferrari e che ora, con la sua Mact, si è riconvertito alla produzione di piccoli impianti eolici, alti tre metri e con l’elica in legno lamellare, conformata come una piccola scultura. Alternativi all’eolico impattante da 120 metri. Che uniscono design e tecnologia nel miglior spirito del “made in Italy”.

La Archimede Solar, del Gruppo Angelantoni, azienda attiva nel settore dell’alta tecnologia, è l’unica al mondo che produce tubi per il solare termodinamico a concentrazione. Lo fa su brevetto Enea. Oggi è partecipata dalla Siemens, che, mentre usciva dal progetto nucleare Epr francese, ha scelto la tecnologia italiana per realizzare il progetto Desertec: impianti solari nel deserto del Sahara.

L’elenco potrebbe continuare. Ma è inutile dilungarsi, il senso di queste parole è uno solo: il nucleare è una tecnologia contraria agli interessi dell’Italia sotto tutti i punti di vista. Non si tratta solo di mettere in mani straniere il destino energetico della nazione, ma di fare una scelta di campo: essere terra di conquista di gruppi economici multinazionali oppure svolgere un ruolo di guida a livello internazionale per aiutare Francia, Giappone e Germania a uscire dal tunnel del nucleare.

Io scelgo l’Italia.

di Massimo De Maio, Movimento per la decrescita felice

Da: altrogiornale.org

 

La fase di avvio del progetto “Ecoristorazione Trentino” (aprile 2011-dicembre 2011)

InAlimentazione, Comuni Virtuosi, Nuove Soluzioni su 19 giugno 2011 a 22:39

[giugno 2011]

La Provincia autonoma di Trento, tramite l’attività del Servizio Politiche per il Risanamento dei Siti Inquinati e la Gestione dei Rifiuti e dell’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente, e con la collaborazione del Comune di Trento, ha avviato ad aprile 2011 un tavolo di lavoro con le principali associazioni di categoria operanti nel settore della ristorazione (UCTS, ASAT, Associazione Agriturismo Trentino e Confesercenti), con lo scopo di attivare un progetto di sostenibilità ambientale rivolto agli operatori del settore, denominato “Ecoristorazione Trentino”.

Esattamente un anno fa veniva firmato tra Provincia e Distribuzione Organizzata trentina l’accordo volontario “Ecoacquisti Trentino”per la riduzione dei rifiuti all’interno del comparto distributivo, che prevede il rilascio di un marchio da parte della Provincia ai punti vendita in grado di dimostrare il rispetto delle azioni previste dall’accordo (ad oggi, si tratta di 131 punti vendita). Attivando il nuovo progetto “Ecoristorazione Trentino”, la Provincia ha inteso dare continuità al coinvolgimento del settore commerciale nella riduzione degli impatti ambientali tramite il rilascio di eco-marchi volontari, coinvolgendo quindi, dopo i distributori, anche i ristoratori.

Il nuovo progetto ha come obiettivo il miglioramento del già eccellente servizio offerto dai ristoratori trentini, aumentandone e valorizzandone l’attenzione ai temi ambientali. Ci si concentrerà in primis sulla riduzione dei rifiuti (in particolare della frazione organica, ma anche sulla promozione di prodotti del territorio “a km-zero”, sulla riduzione dei consumi idrici, sulla valorizzazione dell’acqua di rete, sull’utilizzo di prodotti/servizi ecologici, sul coinvolgimento della clientela nell’attuazione di “buone pratiche”.

Sono interessati tutti gli esercizi per i quali il servizio di ristorazione è l’attività prevalente e che comunque offrono tale servizio in modo continuativo e non esclusivo per alcune categorie di clienti, ovvero: ristoranti e pizzerie, agriturismi, alberghi e altre strutture ricettive nelle quali il servizio di ristorazione non sia destinato solo agli ospiti. Non verranno presi in considerazione, quanto meno in questa prima fase,  rifugi, mense e servizi di catering, lunch-bar, ma non si esclude il loro coinvolgimento in una fase più matura del progetto.

Quest’ultimo è infatti in procinto di partire con una fase di sperimentazione sul campo delle buone pratiche ambientali attuabili dalla ristorazione trentina mediante il coinvolgimento di alcuni esercizi campione. La sperimentazione, che avrà luogo durante l’estate 2011, porterà alla definizione di un disciplinare di certificazione e del relativo sistema di attribuzione dell’etichetta “Ecoristorazione Trentino”. Gli esercizi aderenti dovranno soddisfare alcuni requisiti obbligatori e raggiungere un punteggio minimo complessivo tramite il soddisfacimento di alcuni requisiti facoltativi. Ecco le aree in cui verrà sezionato il disciplinare:

  1. rifiuti > priorità alla riduzione, in particolare della frazione organica
  2. alimenti e bevande > priorità ai prodotti biologici, locali, solidali, slow food
  3. energia e acqua > priorità al risparmio energetico ed idrico
  4. acquisti non alimentari > priorità ai prodotti verdi
  5. informazione, comunicazione, educazione ambientale > per il coinvolgimento della clientela nelle buone pratiche ambientali

Al termine della fase di sperimentazione, si procederà con l’implementazione degli strumenti di verifica e monitoraggio e con la sensibilizzazione e la formazione dei ristoratori e la promozione del marchio. I rilasci del marchio agli esercizi campione potranno avere luogo entro la fine del 2011. Da quel momento anche gli altri esercizi operanti in Trentino potranno richiedere il marchio alla Provincia, che lo concederà previa verifica del rispetto delle azioni del disciplinare.ù

Da: eco.provincia.tn.it

Eco-turismo: l’esempio della Francia, da Troyes a Saint Oulph sul canale della Haute Seine

InEcoTurismo, Nuove Soluzioni su 16 aprile 2011 a 00:58

[15 aprile 2011]

La « Via Verde » del canale dell’Alta Senna

Questa via verde, una pista ciclabile lungo il cammino di alzaia che costeggia il canale della Haute Seine, l’Alta Senna, da Barberey Saint Sulpice, villaggio situato 5 km a Nord di Troyes, a Saint Oulph in direzione di Parigi : un percorso boschivo di 27,5 km in mezzo alla natura e in riva all’acqua.

Lungo tutto il percorso, sono stati costruiti o restaurati 11 ponti per evitare di attraversare assi stradali. Le rive ospitano da un lato una pista ciclabile rivestita di bitume e dall’altra un sentiero per passeggiate a piedi, a cavallo e per i pescatori, perchè tutti possano godersi gli svaghi preferiti, e in totale tranquillità. 8 parcheggi sono stati allestiti lungo l’itinerario, per iniziare la passeggiata dove si desidera.

La via verde del canale dell’Alta Senna è una « ricarica » d’aria pura per tutti quelli che amano la natura : un percorso che non presenta difficoltà, in uno scenario curato e interamente verde, per tutta la lunghezza. Gli appassionati di arte e cultura possono fare una tappa al museo Hugues de Payns, situato nell’omonimo villaggio, dedicato al fondatore dell’ordine dei Templari o ancora a Droupt Saint Basle, per scoprire il castello e il museo di arte popolare.

Una realizzazione che si inserisce nel futuro progetto dipartimentale di itinerari ciclabili, per una completa rete di collegamenti fra i diversi poli urbani e turistici del dipartimento.

Eco-turismo
Per rispondere alla richiesta di una clientela sempre più sensibile alle problematiche ambientali, l’ufficio del turismo di Troyes ha pubblicato la guida « Aux Arbres citroyens » traducibile con « Agli alberi, gente di Troyes » (il gioco di parole è fra citoyens, cittadini, e citroyens, neologismo fra cittadini e troyens, il nome degli abitanti di Troyes). Una guida che presenta gli interventi collegati alla tutela dell’ambiente e propone ai turisti un percorso di visita dal punto di vista dello sviluppo sostenibile. Da scoprire tutto l’anno.
Molto completa, la guida elenca le principali operazioni legate allo sviluppo sostenibile in stretto rapporto con il settore del turismo, e gli interventi messi in atto dalle collettività locali : come le pecore utilizzate per tosare in modo naturale l’erba lungo le rive della Senna o la raccolta dei rifiuti con vetture a cavalli …

Inoltre, sono segnalati tutti gli hotel che hanno realizzato iniziative in favore dell’ambiente, gli indirizzi di negozi bio o equosolidali, i parchi e i giardini, i giardini medievali effimeri, le piste ciclabili in partenza da Troyes e i noleggiatori di biciclette, qualche enigma « geocaching » da risolvere con la famiglia nel cuore della natura e per finire un quiz per valutare se ognuno di noi è un vero « eco-cittadino ».
Per consolidare questo impegno, l’Ufficio del turismo si impegna con i suoi partner, l’associazione Fiera dei Fiori e la città di Troyes, a piantare un albero nel complesso sportivo di Foicy ogni 300 brochure distribuite.

Brochure « Aux arbres citroyens » disponibile all’Ufficio del Turismo di Troyes
16, boulevard Carnot – 10 000 Troyes
T. +33 (0)3 25 82 62 70 – Fax : +33 (0)3 25 73 06 81
www.tourisme-troyes.com

Da: it.franceguide.com

Google Apps Marketplace e Google Shared Spaces: i due nuovi strumenti Google per professionisti

InNext Economy, Nuove Soluzioni su 14 marzo 2011 a 23:58

[14 marzo 2011]

GOOGLE APPS MARKETPLACE

Google ha festeggiato il primo anno di vita del suo Apps Marketplace: in 12 mesi, il servizio ha potenziato la propria offerta e si è arricchito di nuovi strumenti business, in un crescendo virtuoso verso ciò che a Mountain View chiamano “100 per cento Web“.
Le Apps, vero cuore pulsante del marketplace, sono passate in un anno da 50 a oltre 300, includendo strumenti per il CRM, la gestione di progetti, il supporto clienti, la gestione finanziaria, l’email marketing e molto altro. Una crescita significativa, che offre alle aziende una sempre più vasta scelta di programmi basati sul cloud e significativamente più economici rispetto alle controparti tradizionali.

Ma le applicazioni da sole non bastano: un anno di marketplace ha infatti mostrato chiaramente quanto sia importante per le aziende poter valutare e selezionare con facilità le applicazioni più adatte al proprio business. A tale scopo, i tecnici a Google sono costantemente al lavoro per trovare nuove soluzioni nel nome della produttività, dove ilCloud rimane elemento portante; ne sono un esempio l’integrazione Apps eGmail, per poter ottenere preziose informazioni direttamente nel proprio client di posta senza perdere tempo prezioso.

Un percorso che, seppure ancora in una prima fase di sviluppo, vorrebbe culminare in strumenti “100 per cento Web“, ovvero applicazioni business veicolate interamente attraverso Internet e il cui accesso si ottiene tramite un semplice Web browser. Sia le applicazione che i dati sarebbero in questo caso mantenuti all’interno di una struttura centralizzata e sarebbero offerti attraverso una infrastruttura altamente scalabile, sicura e affidabile. Elementi cardine, oltre alle Google Apps, Chrome, Android e Google Chrome OS.

Per venire incontro alle esigenze delle aziende, Google ha inoltre attivato ciò che ha chiamato “pagina delle idee“, attraverso la quale suggerire e votare idee sui seguenti argomenti: quali Apps mancano nel Marketplace? Quali funzionalità mancano dalle Apps e cosa manca in generale dal Marketplace?

GOOGLE SHARED SPACES

Oltre all’ormai consolidato pacchetto di servizi diGoogle Docs, tra le centinaia di servizi che propone Google ce ne sono alcuni chiamatiGoogle Shared Spaces.

Riguardano vari aspetti alcuni dei quali raccolti sotto la voce Productivity e dedicati a quella che potremmo definire “produttività veloce”: piccole applicazioni molto snelle, utili per lavori estemporanei da aprire e chiudere al volo, senza dover scomodare un programma o un’applicazione.

Tra queste ne troviamo due per disegnare a mano libera (Draw Board, NapkinGadget); diverse per diagrammi e mappe mentali (ConceptDraw MindWave, Diagram Editor, yourBrain Stormer, Vector Editor e MindMap Gadget); una per piccole animazioni (Ajax Animator) e anche una per i grafici, che non poteva chiaramente mancare (Chart Gadget).

Per ciascuna c’è poi uno spazio laterale per la chat, e una serie di comandi per la condividerla, inserirla nel proprio sito o invitare altri utenti a collaborare. Il vantaggio in questo caso è che sfruttano l’ambiente di Google, quindi è altamente probabile che chi voglia utilizzarle sia già registrato.

I propri lavori possono essere recuperati andando su My Spaces. Qui troviamo la lista di tutte le applicazioni in ordine cronologico in base all’ultima che è stata utilizzata. Per iniziarne una nuova basta invece cliccare su Create a Space, sotto l’icona di ciascuna. Tutto è orientato alla massima semplicità, in perfetto stile Google.

Da notare infine che questo servizio è per alcuni aspetti l’erede di Google Wave, che sembrava dovesse chiudere e invece è ora in attesa di essere integrato in Google Docs. Alcuni degli Spaces sono erano infatti dei gadget aggiuntivi per quel servizio, solo che ora sono stati resi utilizzabili autonomamente, senza quindi bisogno di entrare in Google Wave.

Da: pmi.it

CoWorking, gli ‘uffici condivisi’: dinamici, creativi, economici, sostenibili

InNext Economy, Nuove Soluzioni su 14 marzo 2011 a 23:16

[14 marzo 2011]

Si chiama ‘coworki’, una tendenza nata negli Stati Uniti nel 2005, che sta prendendo sempre più piede in Italia. Consiste nel ‘condividere’ l’ufficio tra più lavoratori, con il proprietario dello spazio che affitta, per un mese come per un anno, le diverse postazioni a più professionisti, i cosiddetti ‘coworker’.

Uno spazio dove condividere idee, rapporti, culture e lavoro. Capace di ‘unire’ persone con obiettivi professionali in un’unica stanza. E, in tempi di crisi economica, utile anche per ridurre i costi di gestione di un ufficio. E’ il ‘coworking’, o ‘ufficio condiviso’, una tendenza nata negli Stati Uniti nel 2005, che sta prendendo sempre più piede in Italia. Consiste nel ’condividere’ l’ufficio tra più lavoratori, con il proprietario dello spazio che affitta, per un mese come per un anno, le diverse postazioni a più professionisti, i cosiddetti ‘coworker’. Quindi giornalisti e architetti, ingegneri e geometri, e tanti altri professionisti al lavoro insieme nello stesso spazio.

“Siamo partiti nell’aprile 2008 -racconta a LABITALIA Massimo Carraro, fondatore, insieme a Laura Coppola, di Cowo (Coworkingproject.com), l’unico network di coworking esistente oggi in italia- abbiamo trovato della documentazione su Internet sul coworking e creato il primo spazio a Milano e, dopo aver ricevuto diverse richieste da parte di persone che non conoscevamo e che ci contattavano da altre città, nel febbraio del 2009 abbiamo messo un annuncio on line per l’affiliazione al network e la creazione di altri spazi in altre città”.

Il ‘coworking’ è un metodo low cost e veloce per professionisti che, invece di lavorare da casa, possono usufruire di un luogo comune dove confrontarsi anche con altri. “Oggi ci sono 53 spazi affiliati in 30 città d’Italia, prevalentemente al Nord, forse perché -spiega Carraro- noi abbiamo cominciato a Milano; noi diamo un paccchetto di servizi che dura un anno, che comprende l’utilizzo del nostro marchio. Il nostro progetto si rivolge a spazi già esistenti, con all’interno attività già avviate, perché l’attivita’ di coworking non può permettere da sola il mantenimento dell’attività”.

E per i professionisti che usano questi spazi per lavorare c’è la possibilità di condividere idee, e anche di risparmiare qualcosa. “La persona che sceglie il coworking -dice Carraro- è stufa di lavorare da sola a casa e cerca il contatto umano. I nostri prezzi sono sostenibili e le soluzioni offerte sono flessibili, facciamo anche contratti di affitto di tre giorni”.

E, secondo Carraro, “una caratteristica dello spazio di coworking è quello di incoraggiare le relazioni tra presenti”. “La formula base che offriamo – sottolinea – è: scrivania, sedia e connessione a Internet. Questo è ciò che non può mancare.

Poi, le persone che frequentano questi spazi arrivano con il proprio computer, vogliono collegarsi a Internet e lavorare. In tutti i coworking ‘Cowo’ -assicura- l’utilizzo dello spazio open space non può costare oltre 250 euro, e noi qui a Milano facciamo anche pacchetti di 10 giorni, per un costo di 150 euro. I giorni possono essere utilizzati, ‘spezzettati’, nel corso di tutto l’anno”.

E per il futuro le prospettive del coworking in Italia sono positive: “Abbiamo avuto una media di due nuovi spazi al mese e, cosa importante, hanno retto anche gli spazi che sono aperti da due anni – conclude – e questo ci dà l’idea della solidità del progetto”.

Da: adnkronos.com

Permacultura: l’ esperimento di diffusione dell’orto sinergico a Masainas che segue quello dei Pirenei

InAgricultura, Nuove Soluzioni su 9 marzo 2011 a 10:48

[7 marzo 2011]

Un orto sinergico per incoraggiare le produzioni agricole a basso impatto ambientale: è il messaggio del Centro sperimentazione autosviluppo, che nei giorni scorsi ha condotto un corso dimostrativo per la realizzazione di un orto “ecologico” al cento per cento. A Masainas è stato replicato un esperimento di permacoltura, condotto dalla studiosa Emilia Hazelip sui Monti Pirenei.

A differenza delle usuali coltivazioni agricole industriali, in un orto sinergico le piante perenni convivono con le piante stagionali e c’è una copertura organica permanente, che promuove meccanismi naturali di autofertilizzazione ed auto-aerazione. Ventisette persone hanno preso parte alla nascita dell’orto sinergico presso l’azienda agricola biologica di Tobia Desogus, un giovane informatico di 29 anni ritornato a tempo pieno a svolgere il mestiere di agricoltore.

La Cooperativa Agrifoglio di San Giovanni Suergiu ha costituito un’altra base logistica del progetto, che ha visto come protagonista Maurizio Fadda, agronomo dell’associazione Biosardinia di Nuoro, che ha spiegato il significato dell’orto sinergico e gli step della realizzazione. L’iniziativa fa riflettere su un problema che attanaglia il settore primario.

Non tutti sanno, infatti, che l’agricoltura oggi è fortemente dipendente dalle energie fossili, per questo l’uso di trattori e concimi non fa che alimentare il mercato petrolifero creando, così, un contro-senso in termini sia produttivi che ecologici. «In agricoltura sinergica – ha spiegato Teresa Piras, presidente Csa – la terra si prepara ma non si lavora, saranno le stesse piante, appositamente abbinate che si occuperanno di nutrire il suolo, di tenere lontani gli insetti come avviene d’altronde in natura.

Da un orto fatto insieme, tanti altri orti per recuperare autosufficienza alimentare, varietà perdute, salute per la terra, per noi e per ricostruire comunità felici». Il corso è stato patrocinato dall’assessorato all’Ambiente della Provincia di Carbonia Iglesias.

Da: biricchino.eu

Buone pratiche ambientali a Corchiano “Porta la Sporta”

InComuni Virtuosi, Nuove Soluzioni su 6 marzo 2011 a 02:48

[5 marzo 2011]

A Corchiano (VT) una nuova e avvincente sfida attende la comunità, in particolare le scuole. Dal mese di marzo a quello di aprile gli alunni della scuola dell’infanzia così come quelli delle scuole elementari e medie saranno impegnati in “Porta la sporta, ultima sfida”, una gara condotta a colpi di buone pratiche e comportamenti rispettosi dell’ambiente promossa dall’Amministrazione comunale di Corchiano, dalla Cooperativa Larth Velarnies e dal Consiglio comunale dei ragazzi.

Richiamandosi alla campagna nazionale “Porta la sporta” dell’Associazione dei Comuni Virtuosi e agli esempi provenienti dal Nordamerica, la sana competizione si prefigge di raggiungere una pluralità di obiettivi. Tra questi: fornire ai Comuni l’occasione per impegnarsi ulteriormente in un partecipato progetto di riduzione dei rifiuti; rendere consapevoli i cittadini circa l’impatto economico e ambientale derivante dal sacchetto di plastica monouso, esempio emblematico di un consumo orientato verso il cosiddetto sistema usa e getta, corresponsabile del resto dello smisurato aumento dei rifiuti; introdurre buone pratiche e applicare soluzioni corrette, tenendo conto degli esempi internazionali; orientare gli sforzi dei cittadini verso un obiettivo comune, creando con ciò lo spirito di squadra ovvero il senso di appartenenza a una comunità viva, fatta di persone responsabili e rispettose dell’ambiente e delle vocazioni territoriali.

Una competizione che vede come protagonisti i bambini e i ragazzi, poiché l’obiettivo è quello d’investire nelle nuove generazioni. Non meno importante il ruolo degli adulti. Famiglie ed esercenti hanno il compito di tramandare ai cittadini di domani un ambiente pulito e, in generale, un mondo migliore. Ebbene, “Porta la sporta, ultima sfida” avrà una durata di cinque settimane, dal 2 di marzo al 6 di aprile. In questo periodo, gli alunni, con l’ausilio dei loro genitori e dei loro nonni, dovranno accumulare più ecoeuro possibili da inserire negli appositi box collocati nelle aule scolastiche e nella biblioteca comunale.

Gli ecoeuro si otterranno soprattutto andando a fare la spesa con la sporta presso i negozi aderenti al circuito. Ma che cos’è l’ecoeuro? Una cartamoneta coniata dai ragazzi del Consiglio comunale, pensata in origine per consentire lo scambio tra comportamenti virtuosi delle famiglie e prodotti ecologici e del commercio equo e solidale.

Che cosa prevede il regolamento? Le classi partecipanti dovranno nominare un responsabile, che si rapporterà con il Comune e si farà garante del progetto. Sul piano pratico, un ecoeuro si avrà ogni cinque euro di spesa. Tuttavia la moneta locale non si otterrà soltanto attraverso la spesa nei negozi del territorio, contribuendo così a sviluppare il processo della filiera corta, ma anche e soprattutto con la pratica quotidiana di comportamenti virtuosi.

Tra questi, leggere libri presi in prestito dalla biblioteca comunale, richiedere presso la Bottega delle buone pratiche locali le compostiere domestiche per la gestione della frazione umida dei rifiuti oppure le chiavette ricaricabili per le fontanelle dell’acqua della comunità, raccogliere l’olio della frittura nell’apposito contenitore per poi avviarlo alla trasformazione in biocarburante. E ancora, consegnare le pile ormai esauste ai volontari della Bottega delle buone pratiche.

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Collezione Cloe, stoviglie biodegradabili in Mater-Bi

InMateriali Biodegradabili, Nuove Soluzioni su 4 marzo 2011 a 16:17

[3 marzo 2011]

Sempre più in aumento la coscienza critica e consapevole, legata alle nostre scelte dal punto di vista ecologico, che in questo momento epocale posono avere un peso assai importante sul nostro futuro, ecco perché anche solo un pranzo o una cena tra amici o un pic nic sui prati possono essere importanti per fare la scelta giusta.

Per un pic nic davvero green, la soluzione più appropriata, ma forse meno pratica, potrebbe essere quella di portarsi da casa i piatti del servizio più economico di ceramica e riportarseli poi indietro da lavare.

Se però volete un’alternativa altrettanto ecologica, ma decisamente più funzionale, ecco venire in nostro aiuto l’idea proposta da Eco-Inn e Novamont, ovvero al nuova collezione Cloe: si tratta di una collezione di stoviglie a ridotto impatto ambientale, la cui peculiarità è un bellissimo design, assai accattivante, e soprattutto è Made in Italy. Si tratta di prodotti realizzati in Mater-Bi, cioè bioplastica sviluppata dall’azienda Novamont (la stessa che produce i nuovi sacchetti della spesa biodegradabili) contenente risorse rinnovabili di origine agricola. Si tratta di un biopolimero totalmente biodegradabile che deriva dalla lavorazione dell’amido di mais, il colore è lattiginoso, si usa sia per le posate sia per piatti e stoviglie in generale. Ma il suo impiego è anche adatto per produzione di packaging, ad esempio per avvolgere i kit di posate.

Sono stati introdotti nella ristorazione, a partire da alberghi e catering, e ciò ha portato loro numerosi vantaggi. Ecco quali:

  • lo stoccaggio e la veloce movimentazione, comodità sia per i privati che per le aziende di risotrazione
  • l’infrangibilità
  • la leggerezza
  • il riutilizzo: possono essere messi in lavastoviglie ad un normale lavaggio a temperature fino a 60°C e per un massimo di 3 volte
  • compostabili e ciò permette un risparmio importante sullo smaltimento rifiuti.

Il prodotto è elegante, leggero, ecologico e rispettoso quindi dell’ambiente: una bella idea per cominciare bene l’anno all’insegna del rispetto della natura.

Un’altra realtà in questo settore che produce queste particolari stoviglie è anche ecoTecnologie, che produce soluzioni nel rispetto dell’ambiente, e in questo caso lo è una dimostrazione la linea Ecozema, che tratta prodotti realizzati biodegradabili, compostabili in rispetto delle norme EN13432. I materiali si ricavano in questo caso non solo dall’amido di mais, ma anche dalle fibre che restano dalla lavorazione della canna da zucchero.

Partiamo dalla polpa di cellulosa: questa si ricava dalle fibre di diverse piante, come ad esempio dalla canna da zucchero, è al 100% naturale, compostabile e biodegradabile, resiste fino ai 200°C, si usa anche nel microonde, così come nel forno tradizionale, si impiega per produrre piatti e bicchieri.

La PLA è un biopolimero che deriva dall’amido di mais (anche se il procedimento chimico è differente dal Mater-Bi), totalmente biodegradabile e compostabile in base alla norma EN13432. La sua resistenza alla temperatura arriva ad un massimo di 55°C. E’ trasparente e viene utilizzato per la produzione di bicchieri e, data la sua poca resistenza alle alte temperature, risultano essere adatti solo a bevande fredde.

Da: amando.it

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