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Think out of the box: le tecnologie italiane che fermano il nucleare sono nelle persone

InEnergie Rinnovabili, Next Economy, Nuove Soluzioni su 10 novembre 2011 a 13:32

[novembre 2011]

 Dopo le celebrazioni per l’Unità d’Italia, vogliamo celebrare il genio italiano nel campo dell’energia: uomini e aziende che indicano, oggi più che mai, al mondo intero le strade tecnologiche per uscire dall’economia basata sulle fonti fossili e sul nucleare.

Tutto il mondo riconosce agli italiani la capacità di pensare fuori dagli schemi. Gli anglosassoni dicono “to think out of the box”, “pensare fuori dalla scatola”. È questa capacità che ci permette da decenni di generare innovazione in tutti i campi, compreso quello dell’energia. La ricerca in Italia può contare su risorse esigue rispetto agli investimenti di altri paesi europei e industrializzati. Eppure, il numero di ricerche prodotte per ciascun ricercatore italiano è il più alto d’Europa. E le ricerche degli italiani sono le più citate da altri studi. Non è un caso. È la natura degli italiani.

Molte delle tecnologie che ci daranno l’energia del futuro sono state ideate da italiani. Eppure, pochi conoscono nomi, facce, aziende che hanno scritto e sempre più scriveranno la storia dell’energia nel mondo. E pochi sanno che le idee italiane per il futuro dell’energia sono già oggi sfruttate commercialmente da aziende straniere. È vero, era italiano anche colui che ha inventato il nucleare. È proprio vero. Abbiamo inventato quasi tutto noi. Il peggio e il meglio.

Ma oggi vogliamo dare voce all’Italia migliore. Quella che ci permette di dire, molto più della paura per il disastro atomico giapponese, “no, grazie” a tutti coloro, governo e gruppi di potere economico, che vogliono mettere il destino energetico della nostra nazione nelle mani dell’industria nucleare francese. Una industria di stato, alla faccia del liberismo. Un “no, grazie” gioioso e illuminato dalla creatività e dalla capacità di innovazione degli italiani. Non è la paura, ma la capacità di futuro che ci muove.

Giovanni Francia, con le sue intuizioni e sperimentazioni presso la Stazione solare di S. Ilario, nell’arco di meno di vent’anni, richiamò l’attenzione di tutto il mondo su Genova, che a metà degli anni Settanta poteva essere considerata “capitale mondiale del solare”. Progettò e costruì il primo impianto solare a concentrazione nel 1968. Era capace di produrre 1 Mw di energia elettrica. Molti anni dopo, nel 1981, nel Sud della California la sua tecnologia fu perfezionata in un impianto da 354 Mw.

Mario Palazzetti nel 1973 ideò presso il Centro Ricerche Fiat il primo esempio di cogeneratore. Utilizzava il motore di una 127, di 903 cm3, modificato per funzionare a gas o biogas. Il motore azionava un alternatore di 15 Kw che forniva all’utenza l’energia elettrica. Il calore generato dal motore, solitamente disperso mediante i gas di scarico e il corpo del motore stesso, veniva invece utilizzato per scaldare l’acqua destinata al riscaldamento degli ambienti e agli usi sanitari. L’accurata progettazione consentiva un recupero del 90% della energia introdotta con il combustibile, e la sua modularità consentiva l’installazione di molteplici unità controllate elettronicamente. Molti anni dopo, è possibile acquistare cogeneratori non dalla Fiat, ma da Volkswagen, Toyota e Mitsubishi.

I giovani ricercatori del Polo solare organico dell’Università Tor Vergata di Roma, hanno avviato nel 2009 la fase di industrializzazione di una nuova generazione di pannelli fotovoltaici senza silicio. Hanno utilizzato il succo di mirtillo, perché nel sottobosco quelle piante hanno sviluppato più di altre la capacità di sfruttare la poca luce del sole di cui dispongono. Lo hanno fatto con poche risorse e le capacità di uno straordinario gruppo di giovani scienziati. Tutti italiani.

Mauro Mengoli, allevatore di Castenaso, alle porte di Bologna, ha realizzato uno dei primi impianti capaci di ricavare metano da liquami e scarti agroalimentari. Lo ha fatto quando ancora non c’erano incentivi economici per le energie rinnovabili. Lo ha fatto da solo, riprendendo e perfezionando tecnologie messe a punto da contadini italiani negli anni Settanta.

Alessandro Cascini, ingegnere aeronautico che lavorava per Maserati e Ferrari e che ora, con la sua Mact, si è riconvertito alla produzione di piccoli impianti eolici, alti tre metri e con l’elica in legno lamellare, conformata come una piccola scultura. Alternativi all’eolico impattante da 120 metri. Che uniscono design e tecnologia nel miglior spirito del “made in Italy”.

La Archimede Solar, del Gruppo Angelantoni, azienda attiva nel settore dell’alta tecnologia, è l’unica al mondo che produce tubi per il solare termodinamico a concentrazione. Lo fa su brevetto Enea. Oggi è partecipata dalla Siemens, che, mentre usciva dal progetto nucleare Epr francese, ha scelto la tecnologia italiana per realizzare il progetto Desertec: impianti solari nel deserto del Sahara.

L’elenco potrebbe continuare. Ma è inutile dilungarsi, il senso di queste parole è uno solo: il nucleare è una tecnologia contraria agli interessi dell’Italia sotto tutti i punti di vista. Non si tratta solo di mettere in mani straniere il destino energetico della nazione, ma di fare una scelta di campo: essere terra di conquista di gruppi economici multinazionali oppure svolgere un ruolo di guida a livello internazionale per aiutare Francia, Giappone e Germania a uscire dal tunnel del nucleare.

Io scelgo l’Italia.

di Massimo De Maio, Movimento per la decrescita felice

Da: altrogiornale.org

 

La Bioeconomia: come usare energia e materie prime per una reale sostenibilità

InGreen Economy, Next Economy su 16 agosto 2011 a 21:36

[agosto 2011]

 Con il termine ‘Bioeconomia’ si indica una teoria proposta da Georgescu-Roegen per un’economia ecologicamente e socialmente sostenibile. Egli riteneva che qualsiasi processo economico che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la possibilità in avvenire di produrre altre merci e cose materiali.

Inoltre, nel processo economico anche la materia si degrada (‘matter matters, too’), ovvero diminuisce tendenzialmente la sua possibilità di essere usata in successive attività economiche: una volta disperse nell’ambiente le materie prime precedentemente concentrate in giacimenti nel sottosuolo, possono essere reimpiegate nel ciclo economico solo in misura molto minore e a prezzo di un alto dispendio di energia. Tale principio è stato definito provocatoriamente dal suo autore, ‘Quarto principio della termodinamica’.

Il fisico polacco Clausius, che coniò il termine entropia (1865), si espresse in maniera chiara sul problema delle risorse, scrivendo: “Non bisogna consumare in ciascun periodo più di quanto è stato prodotto nello stesso periodo. Perciò dovremmo consumare tanto combustibile quanto è possibile riprodurre attraverso la crescita degli alberi.” Materia ed energia, quindi, entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente bassa e ne escono con un’entropia più alta. Da ciò deriva la necessità di ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell’entropia e in generale i vincoli ecologici.

Per secoli, alcuni filosofi, scienziati, psicologi ed economisti hanno contribuito a diffondere l’idea che l’essere umano sia per natura aggressivo e utilitarista, teso principalmente al soddisfacimento egoistico dei propri bisogni e al guadagno materiale. La storia, quindi, non sarebbe altro che una lotta senza quartiere tra individui isolati, solo occasionalmente uniti da ragioni di mera utilità e profitto. Ma negli ultimi decenni alcune scoperte nel campo della biologia e delle neuroscienze hanno messo in dubbio questa tesi dimostrando, al contrario, che uomini e donne manifestano fin dalla più tenera età la capacità di relazionarsi con gli altri in maniera empatica, percependone i sentimenti, in particolare la sofferenza, come se fossero i propri.

Alla luce di questo nuovo approccio, l’ambientalista Rifkin propone una radicale rilettura del corso degli eventi umani. Lo studioso individua una tendenza alla massima empatia nel nostro mondo sempre più globale in cui, paradossalmente, allo sviluppo della coscienza empatica si è associato un altissimo rischio di deteriorare drasticamente la salute del pianeta: la maggiore complessità della società, terreno fertile in cui è potuta fiorire la nuova coscienza empatica, comporta come rovescio della medaglia un enorme impiego di risorse naturali e un sempre maggiore consumo di energie che rischiano di travolgere l’ambiente. Egli sottolinea la paradossale relazione fra empatia ed entropia, i due pilastri su cui è costruita la nostra società.

Pilastri destinati a crollare minacciando la nostra stessa sopravvivenza? No, secondo lui è possibile uscirne. è però necessario affidarsi alla nostra natura empatica che potrà guidarci allo sviluppo di una nuova ‘coscienza biosferica’, cioè alla consapevolezza che la terra funziona come un organismo unitario e inscindibile, dalla cui salute dipendiamo e di cui siamo tutti responsabili.

Solo se saremo disposti a diventare realmente solidali con il pianeta, ridefinendo i nostri stili di vita e il corso dell’economia a favore di una vera sostenibilità ambientale, avremo la possibilità di superare la crisi a favore di una salvifica rinascita. L’empatia è la capacità di partecipare al dolore altrui, avvertendolo come proprio: si soffre, quindi, per la sofferenza degli altri, senza condividerne la causa. Per essere empatici è allora necessario avere una propria individualità e la capacità di sapersi distinto dall’altro. Se non ci si vede separati dagli altri, si condivide prima di tutto il male, e solo a quel punto la sofferenza.

Il bambino piccolo, che non riesce a vedersi come essere distinto dalla madre, non può provare vera empatia per lei. Un discorso analogo vale quando un singolo si percepisce come semplice parte di un gruppo, come avveniva ai nostri progenitori preistorici, che non si riconoscevano come individui separati dal clan e quindi erano immaturi per l’empatia.

Questo sentimento – risultato di un’evoluzione che rende la socialità e la condivisione inevitabile e utile – è comunque il vero atteggiamento di fondo degli esseri umani nei confronti degli altri. Non siamo, perciò, egoisti, come tradizionalmente immaginato dalla maggioranza dei pensatori sociali. Se è una caratteristica naturale, però, l’empatia deve essere scoperta e sviluppata.

La storia umana è infatti anche un percorso verso una sempre maggiore coscienza empatica, permessa dallo sviluppo economico, dalla ricchezza, dagli scambi e dalla vita in comune, ma anche dalla psicologia, dai romanzi d’amore del Romanticismo, dalle conversazioni in chat: tutti momenti che hanno permesso di accrescere la coscienza di sé e l’attenzione agli stati d’animo propri e altrui.

Il mondo globale contemporaneo – aperto ai viaggi, agli incontri con un’umanità sempre più ampia e alla comunicazione con tutti – diventa il momento ideale per sviluppare e vivere in pieno questo sentimento. Lo sviluppo della società ha comportato però anche sempre maggiori costi in termini energetici. La crescita è stata inoltre accompagnata e permessa da una costante evoluzione dei meccanismi comunicativi: dall’invenzione della scrittura, alla stampa, a internet.

Proprio nell’interconnessione fra tutti questi aspetti, potrebbe essere la soluzione del problema energetico: “Parliamo in continuazione di accesso e inclusione in una rete globale di comunicazione, ma parliamo molto meno del perché, esattamente, vogliamo comunicare con gli altri su una scala così planetaria. Si avverte la grave mancanza di una ragione generale per cui miliardi di esseri umani dovrebbero essere sempre più connessi”.

Questa ragione sarebbe la possibilità di lavorare insieme alla salvezza del pianeta. La cultura della società del consumo spinge in direzione opposta. L’individuo isolato ed egoista è più propenso a consumare e a cercare la felicità nei beni materiali, come un bambino egocentrico, dice il politologo Barber. Fin da piccolo, allora, il cittadino del mondo capitalista è inquadrato nel sistema degli acquisti in modo da crescere secondo la logica richiesta, secondo l’economista Mayo e la ricercatrice sociale Nairn. Il consumo diventa la ragione di essere, a fronte di un mondo incerto e incomprensibile, per il sociologo Bauman e, secondo l’accademico Patel, democrazia e condivisione, di conseguenza, sono possibili soluzioni per costruire l’alternativa.

Da: televideo.rai.it

 

Segnali di transizione: Stella McCartney e la sua Alta Moda fatta di prodotti organici ed eco-friendly

InAlta Moda Naturale, Next Economy su 16 luglio 2011 a 23:41

[luglio 2011]

Vegetariana da una vita, Stella McCartney non fa uso di pelle o pelliccia nei suoi capi.

“Non sono assolutamente perfetta. Guido una macchina. Prendo l’aereo. Ma la mia filosofia è sempre stata qualcosa è meglio di niente.” Stella McCartney

Coerentemente, Stella McCartney sviluppa prodotti organici ed eco-friendly nelle sue collezione donna pret-à-porter, nella sua nuovissima linea bimbi, nelle sue passate e presenti collaborazioni, tra cui adidas, e nella sua linea di trattamenti naturali per la pelle. Sempre alla ricerca di un percorso innovativo nel suo lavoro, Stella utilizza da sempre fonti alternative oltre a inserire tessuti biodegradabili e riciclati nelle sue creazioni, e anche nelle sue confezioni.

I negozi, gli uffici e gli studi di Stella McCartney in Gran Bretagna sono alimentati da una ditta che investe i suoi redditi in fonti energetiche pulite come l’eolico. Stella McCartney Ltd inoltre è una società a emissioni zero, con certificazione della sua compensazione di emissioni di CO2 grazie ad iniziative come il progetto di riforestazione in Tanzania, a Uchindle-Mapanda, o il progetto di gestione della discarica di La Pradera in Colombia e il progetto di centrale idrica di Candelaria in Guatemala.

“La moda di Stella è totalmente cruelty free: non solo borse e calzature sono fatte in pelle ecologica, ma perfino la seta utilizzata per i suoi vestiti è ricavata attraverso un particolare procedimento che evita di cuocere vivi i bachi.

Poi ci sono altri interessanti aspetti equo-solidali e di eco-compatibilità: la lana utilizzata dalla stilista proviene da piccole cooperative di allevatori del Sud America, mentre il lino e il cotone sono coltivati riducendo al minimo lo spreco di risorse idriche; oltretutto un vero e proprio team di agronomi ha lavorato per mettere a punto delle varietà in grado di produrre più raccolti in un anno, in modo da limitare l’estensione dei terreni dedicati a queste coltivazioni e sottrarre meno terra possibile ai contadini.
Notizie tratte da un entusiastico articolo di Le Monde che a marzo ha dedicato una pagina intera alla sfilata f/w della stilista britannica e al fenomeno dell’Estethica (Etica + Estetica) che si sta diffondendo moltissimo in Inghilterra”.

Come stilista di moda, un settore dove l’uso della pelle e della pelliccia è pratica usuale, unitamente allo sfruttamento di minori per la lavorazione e lo smaltimento dannoso di rifiuti tossici, Stella McCartney si assume e si fa carico di tutte le sfide imposte in ogni fase del processo di produzione. Ci ricorda che un pensiero etico deve essere un’impostazione mentale continua.

Stella è fortemente convinta che “qualcosa è meglio di niente” e che ognuno può fare la sua parte.

Tratto da: stellamccartney.eu

 

Progetto CanaPuglia, a breve il primo raccolto: Conversano è ogni giorno di più città della canapa

InAgricultura, Next Economy su 21 giugno 2011 a 00:54

[giugno 2011]

 L’associazione ha vinto nel 2010 «Bollenti Spiriti»Il campo è stato già una volta analizzato dai Nas.

Non finisce di stupire CanaPuglia, il progetto che ha vinto Bollenti Spiriti e che si propone di fare informazione sui mille usi delle piante di canapa. Sativa, che sia ben chiaro, ovvero senza il Thc, sostanza drogante che si trova nella cannabis pura.

IL TOUR – Dopo la pizza e la crepe sativa, Conversano, città sede dell’associazione, è diventata un vero e proprio centro di divulgazione e di informazione. E non mancano le visite al campo di canapa, come quella della scorsa domenica 19 giugno, quando decine di curiosi si sono ritrovati in bici per guardare con i propri occhi il campo, internato tra le campagne di Chiesa Nuova, frazione di Polignano a Mare, e assaggiare prodotti tipici realizzati con farina di canapa.

IL CAMPO – Gli scettici sono davvero tanti, ma lo scopo dei promotori dell’associazione, Claudio Natile e Carmine Campaniello, è proprio quello di ribaltare le logiche del proibizionismo che hanno portato ad una vera e propria demonizzazione del prodotto. Nel mese di marzo, a scopo divulgativo, CanaPuglia ha effettuato la prima semina in Puglia di cannabis sativa. Una coltivazione che non necessita dell’uso di fitofarmaci o agrofarmaci, perché la cannabis allontana da sé eventuali parassiti, e si sviluppa liberamente senza ausili chimici. Oggi, a quattro mesi di distanza, le piante sono cresciute e sono pronte per essere raccolte. Quale sarà poi il loro destino, ce lo spiega Claudio Natile. «Rotoimballeremo la canapa come si fa col fieno – spiega. Attualmente non essendoci un’industria di produzione in Puglia, dovremo aspettare e accatastare le balle per qualche anno. Dopo ciò, potremmo destinarla alla prima trasformazione, dato che è in progetto un impianto in Puglia, come quello che c’è già in Piemonte a Carmagnola, unico in Italia».

IL PROGETTO – Canapuglia è un progetto targato Regione Puglia, avendo vinto il bando Bollenti Spiriti nel 2010, classificandosi al centosedicesimo posto in graduatoria. L’obiettivo è chiaro: introdurre la coltivazione della canapa in Puglia attraverso la realizzazione di una campagna di sensibilizzazione e informazione sulle potenzialità che questo tipo di coltura fornisce. Perché la canapa in Italia, prima che il proibizionismo anni trenta prendesse piede, era trattata per produrre tessuti, farmaci, combustibile, carta ed energia, oltre ad essere usata ovviamente come alimento. Attualmente Conversano è la città più all’avanguardia nel settore, con la produzione di pizza, crepe, caffè, pasta, pane, focaccia ,frittelle e taralli, senza contare la presenza di un atelier di moda che realizza su richiesta abiti in canapa. E il progetto ha il merito di essere riuscito ad unire tutte le forze, politiche e non, persino i più restii. La Guardia di Finanza stessa, come ama ricordare Claudio Natile, è stata sorpresa positivamente dal progetto. Il campo è stato già una volta analizzato dal nucleo dei N.A.S. ed è tuttora a disposizione per eventuali altri accertamenti. Insomma, nonostante le mille difficoltà, Conversano è ogni giorno di più, città della canapa.

Da: corrieredelmezzogiorno.it

Turismo rurale ed eco-turismo: i concetti del presente e del futuro

InEcoTurismo, Educazione Sostenibile, Next Economy su 5 giugno 2011 a 22:36

[giugno 2011]

Ci piace parlare di concetti comeeco-turismo e turismo rurale e ci sono associazioni che si impegnano a diffondere questa concezione. Cosa significa eco-turismo? Vuol dire viaggiare in maniera consapevole verso aree di interesse naturale, con un profondo rispetto per quei luoghi.

Chi vuole viaggiare in questo modo lo fa per comprendere molto di più sulla cultura e sulla storia di quel luogo. Si diventa in questo modo turisti partecipanti. L’eco-turista si preoccupa di preservare l’integrità di quel luogo, di conoscerlo e di rispettarlo. Il turismo sostenibile offre esperienze uniche a stretto contatto con il luogo che lo ospita.

E’ una forma di turismo in continua crescita, grazie all’aumento della consapevolezza nei confronti dei temi ecologici. Può anche essere definito una forma di turismo comunitario che prevede uno stretto contatto con gli abitanti dei luoghi che si visitano. Una forma di viaggio responsabile, che ha come obiettivo quello di preservare gli ambienti naturali.

Anche nell’Occidente industrializzato sono moltissimi quelli che auspicano un ritorno alla natura. Si tratta di un’esperienza che ha un’altissima valenza educativa anche per i più piccoli, un modo per fare educazione ambientale.

Fare eco-turismo significa preoccuparsi dell’ambiente e impegnarsi attivamente per proteggerlo. Un modo per imparare a conoscere ed amare siti di interesse storico e naturalistico. E’ poi possibile fare delle donazioni alla popolazione locale e aiutare le comunità a crescere.

Un modo per portare ricchezza ma rispettando quei luoghi e non inquinandoli, come invece succede con le multinazionali.

Viaggiare in modo responsabile è il concetto delle prossime generazioni, il concetto del futuro.

Da: risparmioinviaggio.it

Città del futuro. Dall’Inghilterra all’Italia, cresce il movimento delle Transition Town

InNext Economy, Transition Town su 22 maggio 2011 a 23:30

[maggio 2011]

Basta la sigla T.T. a dare un senso molto extra e poco terrestre all’operazione. Intuizione in parte smentita dalla realtà delle Transition Towns che hanno molto di straordinario, ma anche aspetti profondamente terreni. Le Città della transizione sono le tribù del futuro che sposano l’idea del cambiamento, del consumo intelligente di risorse, della semplicità e della condivisione.

Dalla colazione con i prodotti locali coltivati nell’orto, alla spesa a domicilio via internet, dalla bicicletta all’autobus al car-sharing, dai pannelli solari, al camino, al riciclaggio dei rifiuti. Su questi comportamenti virtuosi si fonda l’idea di comunità delle città di domani dove ogni azione è ripensata per privilegiare risparmio energetico, valorizzazione del territorio e relazione.

Totnes, la cittadina inglese nella regione di 25mila abitanti del Devondove tutto è partito nel 2006 grazie al coraggio e al talento visionario di Rob Hopkins (autore del bestseller mondiale Manuale pratico della transizione. Dalla Dipendenza dal petrolio alla forza delle comunità locali) esiste persino una banca che emette il Totnes Pound, una moneta di scambio ad uso locale. Il maggiore gestore di energia sfrutta il vento per produrre elettricità e i sistemi di biomassa dai rifiuti per dare calore.

Il modello è stato replicato non solo inItalia, con gli esempi di Monteveglio  (cui Report ha dedicato una puntata il 12 dicembre 2010), Granarolo (Bologna) e di Prato allo Stelvio (Bolzano), ma anche in Inghilterra, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Francia. Nel mondo sono ormai 300 le città che hanno scelto la via della transizione.

Tutte iniziative partite dal basso che poco alla volta hanno coinvolto le amministrazioni locali moltiplicando le esperienze di successo come quella dei Gas (gruppi di acquisto solidale) della Decrescita felice o dei Comuni virtuosi.

Per saperne di più visitate il sito transitionitalia.worldpress.com che offre la mappa delle Transition Town in Italia o transitionnetwork.org.

Da: blogosfere.it

Dalla Red alla Green fino alla Blue: l’economia sostenibile va sotto il nome di Blue Economy

InGreen Economy, Next Economy su 15 marzo 2011 a 23:27

[10 marzo 2011]

Niente istogrammi, né grafici a torta e nemmeno curve che mostrano l’andamento del mercato. L’attenzione di una platea gremita composta da scienziati, giornalisti, semplici interessati e scolaresche liceali, Gunter Pauli – economista belga e ideatore della Blue economy – se l’è conquistata con immagini di rane, coleotteri, vortici d’acqua, ragni e foreste pluviali. Anche Galileo era lì, alla fondazione Aurelio Peccei di Roma, alla lecture organizzata insieme a WWF in collaborazione con UniCredit, per farsi spiegare come si possa fare business a impatto zero. Ma che c’entrano anfibi e insetti?

“Prendendo ispirazione dalla natura e dal funzionamento degli ecosistemi possiamo fondare un nuovo modello economico che superi quello consumistico, basato solo sul core business, il guadagno immediato, e che trascura gli effetti collaterali come l’indebitamento dei consumatori e il prosciugamento delle risorse naturali, senza preoccuparsi di risarcire i danni. Questa è la red economy che ci ha condotto alla crisi attuale. Ma dobbiamo andare oltre anche la green economy, che con il nobile intento di proteggere l’ambiente chiede maggiori investimenti alle imprese e mette sul mercato prodotti più costosi. Un modello pensato per i ricchi e non per tutti”, spiega Gunter Pauli con un’abilità oratoria rodata in anni di conferenze in giro per il mondo.

A partire infatti dal 1994, quando fondò il network Zeri (Zero Emissions Reserach and Initiatives, www.zeri.org), una rete di scienziati, imprenditori ed economisti, impegnati a sviluppare processi produttivi a cascata, dove cioè gli scarti di un ciclo diventano materie prime di un altro, Pauli si è speso molto per diffondere il verbo della Blue economy: “proteggere l’ambiente non basta, bisogna rigenerarlo, imitando i processi della natura e utilizzando tutto ciò che si ha a disposizione. Anche se puzza”.

Come si fa in Benin, dove gli scarti dei macelli vengono utilizzati per allevare vermi che forniscono mangime per pesci e quaglie, ma anche medicinali per curare le ferite, perché gli enzimi contenuti nella loro saliva si sono rivelati efficaci allo scopo. E’ bastato uno studio sul British Medical Journal per convincere un imprenditore di Lipsia a copiare il modello africano.

Nel suo libro Blue economy (Edizioni ambiente) di esempi come questi Gunter Pauli ne racconta 100. Si tratta di innovazioni tecnologiche che hanno trovato nella natura la loro musa ispiratrice, necessitano di investimenti bassi, rispettano l’ambiente e creano posti di lavoro. Insomma un miracolo che può suscitare un legittimo scetticismo: quanto sono realistici questi progetti?

“Non solo sono realizzabili, ma già realizzati”, risponde Pauli con l’evidenza di un elenco di imprese già avviate che stanno crescendo e assumendo personale in varie parti del mondo. Un’azienda svedese produce depuratori d’acqua sfruttando la strategia dei vortici appresa osservando i fiumi scorrere, al centro di Madrid si coltivano funghi sui fondi di caffè, al Fraunhofer Insitute in Germania è stato messo a punto un prototipo di telefono cellulare che funziona senza batteria, sfruttando le differenze di temperatura tra corpo e apparecchio, lo stesso sistema che permette al cuore di una balena di pompare 1.000 litri di sangue con un dispendio energetico di appena 6 volt.

Il catalogo potrebbe proseguire con il manto bicolore delle zebre che, sapientemente riprodotto sulla superficie di un edificio, garantisce l’abbassamento della temperatura di 5 gradi, o con i fili della ragnatela in grado di eguagliare le prestazioni del titanio, o con l’abilità dei coleotteri del deserto del Namib di accumulare acqua per periodi lunghi e riuscire a sopravvivere in zone in cui cadono 1,27 cm di pioggia l’anno. L’ insetto è stato imitato per realizzare un sistema che cattura vapore dalle torri di raffreddamento e recuperare il 10% dell’acqua perduta.

Con buona pace di chi si aspettava un discorso sui massimi sistemi, la soluzione che Pauli propone per voltare pagina non è altro che un puzzle composto da frammenti isolati che, almeno in apparenza, fanno fatica a incastrarsi tra loro. Viene da chiedersi allora come possano sporadiche iniziative far fronte alle richieste di un pianeta che nel 2050 arriverà a ospitare 9 miliardi di abitanti. Cosa sono in grado di fare quelle 100 realtà locali in assenza di direttive politiche globali?

“La natura non prende posizioni ideologiche, non fa piani d’azione, ma agisce nel momento. Inutile delegare ai politici e agli accordi internazionali decisioni che possono essere prese subito e possono risolvere problemi immediati. Le piccole iniziative crescendo di numero possono diventare un processo macroeconomico. La blue economy non si accontenta di tutelare l’ambiente, ma intende spingersi verso la rigenerazione in modo tale da garantire risorse per tutti e sempre” spiega Pauli.

Un cambiamento culturale che ci impone di rivedere alcuni punti che avevamo appena cominciato a dare per assodati. Primo: non ha senso spendere di più per salvare l’ambiente. In questo modo i consumatori si indebitano, l’economia arranca e i posti di lavoro si riducono. Secondo: il commercio equo e solidale non combatte la povertà nei paesi in via di sviluppo e per lo più inquina l’ambiente perché aumenta i trasporti. L’economia deve innanzitutto utilizzare prodotti locali e garantire impiego agli abitanti del luogo. Last but not least: prima di investire soldi per nuovi piani energetici vale la pena sfruttare gli impianti già esistenti, come è accaduto in Buthan dove sui piloni sono state montate turbine eoliche.

Da: galileo.it

Google Apps Marketplace e Google Shared Spaces: i due nuovi strumenti Google per professionisti

InNext Economy, Nuove Soluzioni su 14 marzo 2011 a 23:58

[14 marzo 2011]

GOOGLE APPS MARKETPLACE

Google ha festeggiato il primo anno di vita del suo Apps Marketplace: in 12 mesi, il servizio ha potenziato la propria offerta e si è arricchito di nuovi strumenti business, in un crescendo virtuoso verso ciò che a Mountain View chiamano “100 per cento Web“.
Le Apps, vero cuore pulsante del marketplace, sono passate in un anno da 50 a oltre 300, includendo strumenti per il CRM, la gestione di progetti, il supporto clienti, la gestione finanziaria, l’email marketing e molto altro. Una crescita significativa, che offre alle aziende una sempre più vasta scelta di programmi basati sul cloud e significativamente più economici rispetto alle controparti tradizionali.

Ma le applicazioni da sole non bastano: un anno di marketplace ha infatti mostrato chiaramente quanto sia importante per le aziende poter valutare e selezionare con facilità le applicazioni più adatte al proprio business. A tale scopo, i tecnici a Google sono costantemente al lavoro per trovare nuove soluzioni nel nome della produttività, dove ilCloud rimane elemento portante; ne sono un esempio l’integrazione Apps eGmail, per poter ottenere preziose informazioni direttamente nel proprio client di posta senza perdere tempo prezioso.

Un percorso che, seppure ancora in una prima fase di sviluppo, vorrebbe culminare in strumenti “100 per cento Web“, ovvero applicazioni business veicolate interamente attraverso Internet e il cui accesso si ottiene tramite un semplice Web browser. Sia le applicazione che i dati sarebbero in questo caso mantenuti all’interno di una struttura centralizzata e sarebbero offerti attraverso una infrastruttura altamente scalabile, sicura e affidabile. Elementi cardine, oltre alle Google Apps, Chrome, Android e Google Chrome OS.

Per venire incontro alle esigenze delle aziende, Google ha inoltre attivato ciò che ha chiamato “pagina delle idee“, attraverso la quale suggerire e votare idee sui seguenti argomenti: quali Apps mancano nel Marketplace? Quali funzionalità mancano dalle Apps e cosa manca in generale dal Marketplace?

GOOGLE SHARED SPACES

Oltre all’ormai consolidato pacchetto di servizi diGoogle Docs, tra le centinaia di servizi che propone Google ce ne sono alcuni chiamatiGoogle Shared Spaces.

Riguardano vari aspetti alcuni dei quali raccolti sotto la voce Productivity e dedicati a quella che potremmo definire “produttività veloce”: piccole applicazioni molto snelle, utili per lavori estemporanei da aprire e chiudere al volo, senza dover scomodare un programma o un’applicazione.

Tra queste ne troviamo due per disegnare a mano libera (Draw Board, NapkinGadget); diverse per diagrammi e mappe mentali (ConceptDraw MindWave, Diagram Editor, yourBrain Stormer, Vector Editor e MindMap Gadget); una per piccole animazioni (Ajax Animator) e anche una per i grafici, che non poteva chiaramente mancare (Chart Gadget).

Per ciascuna c’è poi uno spazio laterale per la chat, e una serie di comandi per la condividerla, inserirla nel proprio sito o invitare altri utenti a collaborare. Il vantaggio in questo caso è che sfruttano l’ambiente di Google, quindi è altamente probabile che chi voglia utilizzarle sia già registrato.

I propri lavori possono essere recuperati andando su My Spaces. Qui troviamo la lista di tutte le applicazioni in ordine cronologico in base all’ultima che è stata utilizzata. Per iniziarne una nuova basta invece cliccare su Create a Space, sotto l’icona di ciascuna. Tutto è orientato alla massima semplicità, in perfetto stile Google.

Da notare infine che questo servizio è per alcuni aspetti l’erede di Google Wave, che sembrava dovesse chiudere e invece è ora in attesa di essere integrato in Google Docs. Alcuni degli Spaces sono erano infatti dei gadget aggiuntivi per quel servizio, solo che ora sono stati resi utilizzabili autonomamente, senza quindi bisogno di entrare in Google Wave.

Da: pmi.it

CoWorking, gli ‘uffici condivisi’: dinamici, creativi, economici, sostenibili

InNext Economy, Nuove Soluzioni su 14 marzo 2011 a 23:16

[14 marzo 2011]

Si chiama ‘coworki’, una tendenza nata negli Stati Uniti nel 2005, che sta prendendo sempre più piede in Italia. Consiste nel ‘condividere’ l’ufficio tra più lavoratori, con il proprietario dello spazio che affitta, per un mese come per un anno, le diverse postazioni a più professionisti, i cosiddetti ‘coworker’.

Uno spazio dove condividere idee, rapporti, culture e lavoro. Capace di ‘unire’ persone con obiettivi professionali in un’unica stanza. E, in tempi di crisi economica, utile anche per ridurre i costi di gestione di un ufficio. E’ il ‘coworking’, o ‘ufficio condiviso’, una tendenza nata negli Stati Uniti nel 2005, che sta prendendo sempre più piede in Italia. Consiste nel ’condividere’ l’ufficio tra più lavoratori, con il proprietario dello spazio che affitta, per un mese come per un anno, le diverse postazioni a più professionisti, i cosiddetti ‘coworker’. Quindi giornalisti e architetti, ingegneri e geometri, e tanti altri professionisti al lavoro insieme nello stesso spazio.

“Siamo partiti nell’aprile 2008 -racconta a LABITALIA Massimo Carraro, fondatore, insieme a Laura Coppola, di Cowo (Coworkingproject.com), l’unico network di coworking esistente oggi in italia- abbiamo trovato della documentazione su Internet sul coworking e creato il primo spazio a Milano e, dopo aver ricevuto diverse richieste da parte di persone che non conoscevamo e che ci contattavano da altre città, nel febbraio del 2009 abbiamo messo un annuncio on line per l’affiliazione al network e la creazione di altri spazi in altre città”.

Il ‘coworking’ è un metodo low cost e veloce per professionisti che, invece di lavorare da casa, possono usufruire di un luogo comune dove confrontarsi anche con altri. “Oggi ci sono 53 spazi affiliati in 30 città d’Italia, prevalentemente al Nord, forse perché -spiega Carraro- noi abbiamo cominciato a Milano; noi diamo un paccchetto di servizi che dura un anno, che comprende l’utilizzo del nostro marchio. Il nostro progetto si rivolge a spazi già esistenti, con all’interno attività già avviate, perché l’attivita’ di coworking non può permettere da sola il mantenimento dell’attività”.

E per i professionisti che usano questi spazi per lavorare c’è la possibilità di condividere idee, e anche di risparmiare qualcosa. “La persona che sceglie il coworking -dice Carraro- è stufa di lavorare da sola a casa e cerca il contatto umano. I nostri prezzi sono sostenibili e le soluzioni offerte sono flessibili, facciamo anche contratti di affitto di tre giorni”.

E, secondo Carraro, “una caratteristica dello spazio di coworking è quello di incoraggiare le relazioni tra presenti”. “La formula base che offriamo – sottolinea – è: scrivania, sedia e connessione a Internet. Questo è ciò che non può mancare.

Poi, le persone che frequentano questi spazi arrivano con il proprio computer, vogliono collegarsi a Internet e lavorare. In tutti i coworking ‘Cowo’ -assicura- l’utilizzo dello spazio open space non può costare oltre 250 euro, e noi qui a Milano facciamo anche pacchetti di 10 giorni, per un costo di 150 euro. I giorni possono essere utilizzati, ‘spezzettati’, nel corso di tutto l’anno”.

E per il futuro le prospettive del coworking in Italia sono positive: “Abbiamo avuto una media di due nuovi spazi al mese e, cosa importante, hanno retto anche gli spazi che sono aperti da due anni – conclude – e questo ci dà l’idea della solidità del progetto”.

Da: adnkronos.com

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